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martedì 22 ottobre 2013

molto amore / dopo molte ore / molte ore dopo / molto

Interessantissimo il GOGconcerto di questo Lunedì! 

Questa volta a incantarci sul palco c'erano i Neue Vocalsolisten Stuttgart, che ci hanno offerto un repertorio tutto italiano, ricco di momenti divertenti e seri, di flebili armonie e di fluttuanti cromatismi, di rintocchi vocali e dolcissimi legati. 

Un concerto ben strutturato: si parte da un Gesualdo da Venosa e di arriva a Salvatore Sciarrino, rigorosamente tutto a cappella.

Se l'interpretazione dei madrigali di tradizione è stata ottima, quella dei pezzi contemporanei è stata esemplare. I Neue sono veramente degli specialisti del genere: varietà di colori, portamneti, intensi fortissimi subito portati a pianissimi, scale cromatiche perfette in mezzo a un bazar di altre figurazioni, intenzione, aderenza al testo, espressività e intonazione eccellente. 


Do nota dei pezzi contemporanei, che sono stati, secondo mio personale giudizio, la perla della loro esecuzione. Per primo Goshu di Noriko Baba, ispirato alla fiaba "Goshu il violoncellista" - nella quale il maestro dovrebbe insegnare musica al cùcù -, che utilizza come cellula tematica la terza discendente del cùcù e che diviene un vero e proprio dialogo tra i due personaggi, interpretati dagli estremi del gruppo (soprano e basso), portato e sostenuto del un tappeto creato dal resto dell'ensamble. Un pezzo notevole e molto divertente. Il brano è stato commissionato della Fondazione Spinola Banna per l'Arte, che si occupa dal 2004 di promuovere la scrittura di musica nuova.

Un viaggio, è stato invece Dormo molto amore di Francesco Filidei. Meraviglioso brano di ricerca ed esplorazione di armonie, timbri, effetti sonori. Deriva dalla lettura di un apoesia della raccolta "Chi non muore" del 2012. Non potendovi darvi un'idea di questa composizione meglio di come lei stessa faccia con le sue poche parole, vi trascrivo il testo:


molto amore
dopo molte ore
molte ore dopo
molto
non aver fatto
amore dormo dopo
non sver
fatto molto
dopo non aver
molto
amore dopo amore
ore dopo ore
dormo dopo
molto non fatto
amore dormo
dopo molte
molte ore amore
ora dormo morte
ore


La musica, i temi e le note vengono scambiate tra tutti i timbri ed i registri, si amalgamano e corrono solitari, d'un tratto sono impercettibili e poi in un batter di ciglio fortissimi, è un vero flusso, un fiume, un divenire parmenidiano. 

Per ultimi, nella seconda parte del concerto, sette de 12 Madrigali di Salvatore Sciarrino. Anche questi brani di una enorme difficoltà, che giocano sulle parole - in Quante isole ad esempio- , sulla ricerca di una simmetria - come in Rosso così rosso -, e sugli effetti sonori di articolazione della voce di una voce o più voci - La Cicala ne è un esempio. 

Non c'è che da rimanere soddisfatti da questa serata che, per me, è la prima di questa stagione Gogghiana.

Vi auguro una buona giornata!

P.S.: ricordatevi che Domenica 27 si esegue la meravigliosa Messa da Requiem di Giuseppe Verdi.
Lunedì 28 invece la GOG offre il Trio Wanderer. 
Da oggi invece "Operina della Luce" al Teatro della Tosse.



21 Ottobre 2013
  



lunedì 29 luglio 2013

Castrocaro 2013 - "rumenta"

Su Castrocaro - festival - ho poco e nulla da dire. Ho assistito in tv a un'ora e mezza(ed era solo la metà nello spettacolo) di gaffe, frecciatine, prese in giro, auto celebrazione, ricordo del grande passato il tutto farcito con musica di medio/bassa categoria che veniva spacciata per Ottima. Cinque giudici che non giudicavano, che di musica - la maggior parte - ne sapevano quanto ne so io di diritto romano, ovvero solo dell'esistenza - e si credevano e facevano credere dei grandi che riuscivano a percepire il "talento" e la voce più bella. Dei loro commenti neanche a parlarne. Cosa devo dire, poi, se ad ogni scelta io credevo avrebbero preso il meno peggio ed invece salvavano il peggiore, con motivazioni del tipo "sì, più particolare" o "mi piace la tua maglietta" o, ancora, "ma i tuoi occhiali chi te li ha consigliati ... Li hai fatti tu? Toglili. Sono orribili". Ma è un festival di moda ed immagine o di canto? Bah..
Gli arrangiamenti, questi sconosciuti, con Pupo che continuava a elogiarli!

Quel che mi è rimasto è stato un gran senso di disgusto.. Di nausea.. Sapendo che ci sono moltissimi musicisti capaci, per non dire migliori, che sono in giro a elemosinare lo stipendio.
Sapendo che ci sono conduttori con esperienza ed educati.
Sapendo che ci sono giudici che così possono essere chiamato perché sono competenti.

Direi che il post si accorda con questa giornata genovese: piovosa, grigia, ma fresca.. Piena di speranze.
A tutti una buona settimana,
Giorgia

P.S. : fino a settembre ci fermiamo con gli eventi sul "da anNOTAre..", ma continueremo a inserire post con eventi qualora vedessimo qualcosa di imprendibile! 


mercoledì 22 maggio 2013

Attila - Maratona Verdi 2013 - XV

Il fenomeno Verdi è inconcepibile se non associato al movimento del Risorgimento Italiano


Siamo giunti al quindicesimo appuntamento!
Oggi parleremo della nona opera del Maestro Verdi!


In quest'opera della giovinezza (1846) sono protagonisti i temi cari a Verdi - la lotta contro l’oppressore e l’amor patrio.



Storia e caratteristiche
Su libretto di Temistocle Solera questo melodramma, ovvero dramma lirico, trae ispirazione dalla tragedia "Attila, König der Hunnen" di Zacharias Werner. Si compone di tre atti ed un prologo.
La prima si tenne al Teatro la Fenice di Venezia il 17 marzo 1846 e non ottenne il successo desiderato, l'opera, comunque, si affermò in parte nel repertorio ottocentesco, ed è eseguita abbastanza spesso anche oggi. 
Verdi legge un saggio di Madame de Staël, il famoso De l’Alemagne, che contiene un riassunto del dramma del Werner, Attila re degli Unni. Il librettista Maffei dà a Verdi lo spunto per un soggetto "barbaro" e il Maestro, memore delle recenti letture che lo avevano entusiasmato, si mette al lavoro affidandone la trasposizione in versi a Temistocle Solera, e scegliendo il Teatro La Fenice di Venezia come luogo idoneo alla prima rappresentazione. L'opera affascina Verdi soprattutto per i protagonisti: Attila, Ezio ed Odabella. Egli, non troppo convito del libretto - come al solito - , decide di far fare alcune modifiche a Francesco Maria Piave. Dopo ciò il povero Solera, - comunque irreperibile a causa dei debiti - si offese e non collaborò mai più col musicista.


Curiosità
È stata rappresentata in piazza Capitolo ad Aquileia  nel luglio 2010, nell'ambito dell'evento "Attila - l'Opera di Aquileia" con Alessandro Svab (Attila), Giorgio Casciarri (Foresto), And







rea Zese (Ezio), Francesca Scaini (Odabella), Alessandro De Angelis (Uldino), Goran Ruzzier (Leone), direttore dal M° Manlio Benzi, e regista Dino Gentili.
I brani più famosi sono:
Preludio
Santo di patria indefinito amor - aria di Odabella, Tardo per gli anni e tremulo - duetto tra Ezio e Attila, Ella in poter del barbaro - cavatina di Foresto, Oh nel fuggente nuvolo - romanza di Odabella, Mentre gonfiarsi l'anima - aria di Attila, Dagli immortali vertici - aria di Ezio, Che non avrebbe il misero - romanza di Foresto.


Drammatis Personae
Attila, re degli unni - basso
Ezio, generale romano - baritono
Uldino, giovane schiavo bretone di Attila - tenore 
Odabella, figlia del signore di Aquileia - soprano
Foresto, cavaliere aquileiese - tenore
Papa Leone I - basso
Duci, re e soldati unni, gepidi, ostrogoti, eruli, donzelle d'Aquileia in abito guerriero, ufficiali e soldati romani, vergini e fanciulli di Roma, eremiti, schiavi 
Epoca V sec. d. C. ambientazione Italiana (Aquitania). Durata circa due ore.


Trama
(Prologo) - Intorno alla metà del V secolo Attila, capo degli Unni, ha conquistato e distrutto Aquileia. Il condottiero compare su un carro tra le rovine della città incendiata, sul finir della notte, mentre le sue orde lo acclamano (Introduzione: “Urli, rapine”). Avendo notato un gruppo di vergini italiche, che si sono difese in armi, Attila chiede loro la ragione di tanto coraggio. Gli risponde fieramente Odabella, figlia del signore di Aquileia: il motivo è l’amor di patria (scena e cavatina “Allor che i forti corrono”).Attila, ammirando il suo valore, le offre una grazia; poiché Odabella chiede una spada, le porge la sua. La giovane esulta, sapendo che con quell’arma potrà un giorno colpire l’oppressore. Attila si sente attratto da Odabella e ordina che rimanga, con le altre donne, presso il suo campo. Accoglie poi il generale romano Ezio, che propone al nemico di scendere a patti con una spartizione dell’Italia; ma la sua proposta è sdegnosamente rifiutata (duetto “Tardo per gli anni e tremulo”).
Rio Alto nelle lagune adriatiche - Da alcune capanne esce un gruppo di eremiti, che ricordano la triste notte e pregano il Signore. Approdano in laguna alcune navicelle, da cui scendono fuggiaschi di Aquileia guidati dal giovane cavaliere Foresto. Questi rivolge il pensiero all’amata Odabella, che sa prigioniera (scena e cavatina “Ella in poter del barbaro!”). Il coro lo esorta alla speranza.(Atto I) Bosco presso il campo d’Attila - Gli Unni sono ormai alle porte di Roma e si preparano alla conquista e al saccheggio della città. È notte; Odabella è sola e può finalmente dare libero sfogo al suo dolore. Nelle nuvole crede di scorgere le immagini del padre e dell’amato Foresto (scena e romanza “Oh! nel fuggente nuvolo”). Questi compare all’improvviso, in abiti barbari, e accusa Odabella di connivenza col nemico; ma la giovane si discolpa, mettendolo al corrente dei suoi propositi di vendetta (scena e duetto “Sì, quell’io son, ravvisami”). Tenda d’Attila - Un sogno turba il sonno di Attila: sta per conquistare Roma, quando un vecchio spettrale gli impone di tornare indietro, rispettando un luogo sacro (scena e aria “Mentre gonfiarsi l’anima”). Ripresosi dallo spavento,Attila chiama i capi del suo esercito e ordina loro di muovere subito alla conquista di Roma. Ma agli squilli di tromba fanno eco voci lontane che intonano un canto sacro.
Da una collina scende una processione guidata da Leone, nel quale Attila riconosce lo spettro del sogno. Alle parole del vecchio, Attila, tra lo stupore generale, è preso dal terrore. (Atto II) Campo d’Ezio -
L’imperatore Valentiniano ha imposto a Ezio la tregua con gli Unni. Questi legge sdegnato gli ordini giunti da Roma, vagheggiando la riscossa della patria (scena e aria “Dagli immortali vertici”). Si presentano un gruppo di schiavi di Attila, che invitano il generale romano al campo dei barbari. Ezio accetta l’invito. Uno degli schiavi rimane e si rivela essere Foresto. Questi confida a Ezio che Attila sta per essere ucciso e gli chiede di piombare, a un segnale convenuto, sul campo nemico. Ezio esulta per l’avvicinarsi del momento decisivo. Campo d’Attila. Gli ufficiali romani guidati da Ezio, che viene con nuove proposte di alleanza, fanno il loro ingresso al campo di Attila, preparato a festa. Il capo degli Unni siede a lato di Odabella. Mentre le sacerdotesse intonano una canzone lieta, un soffio di vento spegne le torce, causando lo spavento generale. Foresto indica a Odabella la tazza con il veleno destinata ad Attila, ma questa replica che il barbaro morrà per opera di spada. Le torce vengono riaccese. Odabella ferma Attila, che sta per bere dalla tazza, svelando il tradimento. Foresto si avanza accusandosi del tentativo di avvelenamento.
Odabella ottiene per sé la persona del traditore; Attila, impressionato dal gesto della giovane, dichiara che la sposerà l’indomani. Odabella spinge Foresto a fuggire, mentre gli Unni incitano il loro capo a riprendere le stragi. (Atto III) Bosco che divide il campo di Attila da quello di Ezio - Foresto apprende che stanno per avere luogo le nozze di Attila e Odabella; avverte le schiere romane che si tengano pronte a piombare sul campo nemico e, rimasto solo, rimpiange il suo amore perduto (scena e romanza “Che non avrebbe il misero”). Dal campo romano giunge Ezio, pronto all’attacco; compare anche Odabella, che è fuggita dal campo degli Unni e scongiura Foresto di crederle (terzetto “Te sol, te sol quest’anima”). Ma Attila, che ha inseguito Odabella e la vede tra i nemici, comprende le sue reali intenzioni e le rinfaccia l’ingratitudine (quartetto finale “Tu, rea donna, già schiava”). I Romani intanto danno l’assalto al campo degli Unni. Foresto si lancia per colpire Attila, ma Odabella lo ferma e trafigge lei stessa il capo dei barbari, vendicando così il padre e il suo popolo.

A cura di Claudio Toscani




Un curioso articolo di NonSoloBelcanto:
In generale i tenori non amano molto il personaggio di Foresto nell’Attila: per quanto destinatario di una delle più travolgenti scene patriottiche contenute in un’opera del primo Verdi (“Ella in poter del barbaro… Cara patria già madre e reina”) il ruolo è decisamente subordinato al carisma del basso protagonista e del baritono, impiegato nell’ambiguo ma affascinante ruolo di Ezio. Chissà se anche questa “non centralità” del personaggio all’interno degli equilibri musicali dell’opera influì nella storia interpretativa del lavoro durante il XIX secolo: la presenza di ben due romanze alternative composte da Verdi in sostituzione di quella originariamente prevista per Foresto in apertura del III Atto (“Che non avrebbe il misero”) potrebbe suffragare l’ipotesi che il ruolo non solleticasse sufficientemente l’estro e l’ego dei “primi tenori” ottocenteschi, che richiesero (e ottennero) arie composte a loro beneficio per esaltare al meglio le caratteristiche vocali ed espressive di ogni interprete. Leggi tutto>>


Molto interessante è la produzione della Scala della stagione 2010/2011, di cui trovate le immagini e un video illustativo del pensiero musicale e del regista (ascoltatelo!) qui.


L'opera in breve saggio di Claudio Toscani scaricabile qui.
Saggio di Philip Gosset su Attila qui (in Inglese).


Giuseppe Verdi - L'unno e l'italica valchiria - presentazione dell'opera (della Scala stagione 2010/2011) a cura di Franco Pulcini
Una nuova rappresentazione di un’opera giovanile di Verdi come Attila invita a una riflessione: perché, tra i grandi operisti italiani (Rossini, Bellini, Donizetti, Puccini), Verdi sembra prevalere nell’ammirazione collettiva? Perché il nostro musicista parmense - barbuto come un profeta - gode più degli altri di quest’aura biblica di padre della patria?
Il discorso sarebbe lungo, ma forse una risposta breve c’è: nell’Italia divisa dell’età risorgimentale, la sua musica a volte rozza, ma certo battagliera, i suoi personaggi tutti d’un pezzo e incapaci di doppiezze incarnavano l’esatto contrario del prudente timore nel quale molti italiani vivevano. Una ventata di eroismo plebeo rinfrancava ed eccitava ascoltatori “moderati” che si vergognavano un po’ di lasciare ad altri il compito di unire l’Italia.
Il dramma lirico Attila venne composto per il Teatro La Fenice di Venezia dove fu rappresentato nel carnevale del 1846. Si trattava di una storia “locale”: nel quinto secolo dopo Cristo avvenne infatti la distruzione di Aquileja ad opera delle orde barbariche guidate dal celebre re degli Unni.
Attila - gloria nazionale dell’Ungheria - non ha mai goduto di buona stampa in Italia. Però Verdi optò per una via di mezzo: fece trarre il libretto da una tragedia tedesca, Attila, König der Hunnendi Zacharias Werner, nel quale il condottiero ha una sua lealtà e non viene presentato solo come uno stragista sanguinario e brutale. Per esempio è turbato da sogni che si avverano.
C’è un passo nel prologo in cui due versi hanno diviso i commentatori: “avrai tu l’universo, / Resti l’Italia a me”, intonati dal generale romano Ezio. Al di là dell’entusiasmo che suscitavano allora al primo ascolto, si trattava di un mercanteggiamento ben poco eroico. .. Ma il “flagello di Dio” trova pane per i suoi denti nella guerriera italica Odabella, ben più furibonda del di lei fidanzato Foresto, anch’egli alla ricerca del riscatto per la distruzione della loro Aquileja.
L’aggressività patriottica della fiammeggiante vergine la porta persino a interrompere l’avvelenamento del condottiero pur di poter far giustizia lei in persona. Accetta addirittura di sposarlo, e quando Foresto sta per trafiggere Attila è lei a precederlo d’un soffio con la sua spada vendicatrice. Una storia ingenua, ma con grandi colpi di scena e tanto amor di patria.
Il libretto venne commissionato a Temistocle Solera, l’autore del libretto di Nabucco. Però Verdi a un certo punto lo sfiduciò, affidando il completamento a un altro patriota, Francesco Maria Piave, non perché fosse veneziano (e per la precisione dell’isola di Murano), e quindi anti-Attila, ma perché era di natura più accomodante e pronto a soddisfare le richieste dell’esigente musicista.
Attila è dunque opera risorgimentale e, come opera politica, segna il trionfo delle teste calde, spesso criticabili, ma, nel nostro profondo, altrettanto spesso ammirevoli.
Lo spettacolo del regista Gabriele Lavia, nella sua ambientazione in un mondo distrutto - un teatro romano, un teatro d’opera, un cinema – coglie inizialmente nell’opera il buio della barbarie, ma per poter far meglio esplodere la luce della libertà.




Vi propongo poi la mia traduzione parziale di un articolo di TUTTOOPERA:

Un ritorno al passato e qualcosa di più:
Per introdurre Attila e le opere della giovinezza di Verdi, e per comprendere il momento cruciale in cui la storia Italiana si trovava, bisogna dare ascolto alle parole di Jacopo Capon: "Verdi cominciò ad istigare un'azione patriottica con la sua musica. Gli stranieri non potranno mai comprendere l'influenza che, durante un certo periodo, esercitarono le ardenti melodie che Verdi concepiva, quando la situazione, o i versi stessi evocavano la disgrazia nella quale il popolo italiano si trovava con i sui ricordi e le sue speranze. Il pubblico vedeva allusioni dovunque, ma Verdi le visualizzava già da prima, adattandole alla sua musica, ciò che finiva, insignificante, provocando una vera e propria rivoluzione nei teatri". 
Queste osservazioni si completano grazie a quelle di Luigi Dallapiccola, che segnala: "Il fenomeno Verdi è inconcepibile se non associato al movimento del Risorgimento Italiano. Non è importate se Verdi se la sia cavata grazie a un parte (composizione) importante o meno. Ciò che interessa è che lui abbia assorbito quell'atmosfera e quel tono e abbia formulato,tanto con le parole che con la musica, uno stile attravero il quale il popolo Italiano abbia trovato la chiave della propria drammatica situazione, vibrando con essa".  

[...] (per il resto potete contattarmi scrivendo una mail a lacrisigenovese@gmail.com o con un commento)


Discografia
Lamberto Gardelli
Ruggero Raimondi, Cristina Deutekom, Sherrill Milnes, Carlo Bergonzi, Jules Bastin.
Ambrosian Singers
Royal Philharmonic
1973

Lamberto Gardelli
Evgeny Nesterenko, Sylvia Sass, Lajos Miller, Janos Nagy, Kolos Kovats.
1987

Riccardo Muti
Samuel Ramey, Cheryl Studer, Giorgio Zancanaro, Neil Shicoff, Giorgio Surjan.
Teatro Alla Scala de Milán
1989






Libretto in versione web e pdf.

Spartito, partitura e parti qui.









giovedì 25 aprile 2013

Alzira - Maratona Verdi 2013 - XIII


Caratteristiche, curiosità e storia
Dramma lirico in due atti e un prologo con libretto di Salvatore Cammarano è tratta dalla tragedia del francese Voltaire detta Alzire, ou les Amèricains. La prima si tenne a Napoli per il San Carlo, il 12 Agosto del 1845 ed ebbe scarso successo e fino a tempi piuttosto recenti non ne è stata migliorata la sua reputazione. Del dramma Voltairiano poco resta nell'opera del librettista, che annullò il gusto per l'esotico  proprio del dramma francese settecentesco, influenzato della filosofia del Rousseau.
Verdi aveva, in realtà, ricevuto il libretto già nel 1844, ma si dedicò alla sua composizione dopo l'ultima avventura scaligera. Verdi giudicò il libretto inadatto, soprattutto per la presenza di tre arie tutte collocate di seguito.

L'ambientazione è quella della città di Lima e luoghi presso il Perù, nella metà del XVI secolo.

Durata di un'ora e 30 minuti circa. 

Si dice che Verdi abbia liquidato Alzira in tarda età come "proprio brutta", in realtà nell'opera è molto evidente la vena sperimentale del compositore.

L'opera viene anche suddivisa in parti titolate: Il prigioniero (prologo), Vita per vita e La vendetta d'un selvaggio (atti I e II). 


Drammatis Personae

Alzira, figlia di Ataliba - soprano
Alvaro, padre di Gusmano - basso
Gusmano governatore del Perù - baritono
Ovando, duca spagnolo - tenore
Zamoro, capo di una tribù Peruviana - tenore
Ataliba, capo di una tribù Peruviana - basso
Zuma, ancella di Alzira - mezzosoprano
Otumbo, guerriero inca - tenore
Ufficiali e soldati spagnoli, inca. 





Trama

Zamoro è a capo di una tribù di Peruviani che si oppone all'oppressione spagnola, ed è invaghito della bella Alzira. Durante uno degli scontri Zamoro viene creduto morto, e i Peruviani catturano l'anziano governatore Alvaro per vendicarsi, ma Zamoro torna e libera il vecchio. Poi Otumbo dice a Zamoro che Alzira e il padre di lei Ataliba sono stati fatti prigionieri, e Zamoro decide che tenterà di liberarla.
(atto I) Intanto Gusmano, figlio dell'ormai troppo vecchio Alvaro, prende il comando delle truppe spagnole e stipula una pace con le tribù, chiedendo la mano di Alzira. La ragazza, ancora fedele all'amato e certa che egli non è morto, rifiuta, resistendo alle pressioni del padre Ataliba, a cui Gusmano ha imposto di cercare di convincerla. Zamoro riesce a introdursi presso gli spagnoli e può riabbracciare Alzira, ma viene sorpreso e fatto arrestare da Gusmano. Alvaro intercede per il guerriero che gli aveva salvato la vita, e Zamoro viene così liberato e può riunirsi alle sue truppe.
(atto II) Zamoro cade ancora prigioniero in un successivo scontro e viene condannato a morte. Alzira promette a Gusmano di concedersi se libererà l'amato. Zamoro però riesce a fuggire, travestendosi da soldato spagnolo; venuto a conoscenza dei preparativi per le nozze tra Gusmano e Alzira, ritorna al palazzo e riesce a pugnalare mortalmente l'odiato rivale. In punto di morte Gusmano si pente del male che ha fatto, dice a Zamoro che Alzira aveva accettato le nozze solo per salvare Zamoro stesso, benedice la coppia e infine spira ricevendo dal padre un'ultima benedizione.

dal web



L'energia è abbondante in tutto il dramma che procede con velocità e vigore. La cavatina iniziale di Alzira è un esempio certo della sensibilità verdiana rispetto alle travagliate situazioni a cui le sue eroine sono solite essere destinate. Alzira si può immaginariamente collocare tra un'Amelia del Simon Boccanegra e una Leonora del Trovatore. 


Discografia
1938 Elisabeth Schwarzkopf, Rupert Glowitsch, Alfred Hubner - Heinrich Steiner
1967 Virginia Zeani, Gianfranco Cecchele, Cornell MacNeil - Franco Capuana
1973 Angeles Gulin, Gianfranco Cecchele, Mario Sereni - Maurizio Rinaldi
1982 Ileana Cotrubas, Franciso Araiza, Renato Bruson - Lamberto Gardelli
1999 Marina Mescheriakova, Ramon Vargas, Paolo Gavanelli - Fabio Luisi

Libretto web e pdf.
Spartito qui.










Foto del Teatro Regio di Parma - Festival Verdi 1991




mercoledì 24 aprile 2013

Giovanna d'Arco - Maratona Verdi 2013 - XII

O Scala, addio!

Oggi eccoci giunti al primo dei due appuntamenti di questa settimana con la nostra rubrica dedicata a Verdi.
Partiamo dunque con Giovanna d'Arco, settima opera nel catalogo del compositore.
L'opera in esame è propriamente un dramma lirico in tre atti e prologo, su libretto di Temistocle Solera, il quale trasse ispirazione dal dramma La Pulzella d'Orléans di Friedrich Schiller. Il libretto si presenta drammaturgicamente poco efficace.

La prima si tenne alla Scala di Milano il 15 febbraio 1845.



Storia
Al Teatro Argentina, con I due Foscari, Verdi ottenne un discreto successo; si spostò, successivamente, a Milano e per l'apertura del carnevale del '45 si ebbero I Lombardi  e poi la Giovanna. Il soggetto non piaceva troppo al compositore e sul palcoscenico gli interpreti diedero una prova eccelsa. 
Merelli vendette il libretto a Ricordi senza nemmeno interpellare l'autore e così, a causa di questo ed altri motivi il Maestro decise di dire addio all'ambiente scaligero per ventiquattro anni, dopo i quali tornò con una Forza del Destino rimaneggiata e messa appunto nella sua forma definitiva. 
Dopo sei anni di composizione questa era una delle migliori opere scritte - tra l'altro in pochi mesi - dal genio di Busseto fino a quel momento, ma risultò comunque un grande insuccesso. 
L'opera ha una durata di circa due ore e è ambientata nella Francia del 1429.


Drammatis Personae
Carlo VII, re di Francia - tenore
Giovanna, figlia di Giacomo - soprano
Giacomo, Pastore in Dom-Remi - baritono
Delil, Ufficiale del re - tenore
Talbot, supremo comandante degli inglesi - basso
Ufficiali del Re,Popolo di Remis, Soldati francesi, Soldati inglesi, Spiriti eletti, Spiriti malvagi, Grandi del regno, Araldi, paggi, fanciulle, Deputati, Cavalieri e Dame, Magistrati.

Trama 
Prologo
E’ il 1429. Cittadini e ufficiali di Carlo VII re di Francia temono la disfatta totale nel conflitto con l'Inghilterra: Orléans ancora resiste ma è ormai allo stremo. Sopraggiunge Carlo: afflitto dal pensiero delle sofferenze del suo popolo comunica la sua intenzione di arrendersi al nemico: ha sognato un luogo in mezzo alla foresta in cui si trovava una immagine dipinta della Vergine che gli ordinava dì deporre ai suoi piedi l'elmo e la spada. Gli abitanti del luogo confermano l'esistenza dell'immagine. del sogno in un luogo in mezzo alla foresta frequentato di notte da demoni e streghe. Carlo non vuole credere che dove si trova un'immagine sacra possano incontrarsi anime dannate: vi si recherà al più presto per invocare aiuto dalla Vergine.
Nella selva davanti alla cappella della Vergine Giacomo, padre di Giovanna, è turbato: sua figlia passa in quel luogo molte notti ed egli teme che abbia ceduto l'anima al demonio. Decide di nascondersi in una caverna nei pressi per scoprire la verità. Arriva Giovanna, afflitta per la sorte in cui versa la Francia: essa non chiede altro che poter affrontare il nemico sui campi di battaglia e prega la Vergine di concederle le armi per difendere la propria patria. Dopo la preghiera, la fanciulla si addormenta. Sopraggiunge Carlo che rimane sorpreso nel riconoscere il luogo del sogno. E’ Giovanna che intanto sogna: dapprima un coro di spiriti malvagi la invita a godersi la sua bellezza e gioventù; poi un coro dì anime beate le annuncia che il cielo ha accolto la sua preghiera e le concede le armi per salvare la Francia: ma guai se non manterrà il cuore puro da ogni affetto terreno. Giovanna si desta e riconoscendo il re Carlo lo esorta a non arrendersi al nemico: lo invita quindi a seguirla sui campi di battaglia dove lo porterà alla vittoria.
Giacomo, vedendo i due parlare insieme, si convince che Giovanna, per amore del re, abbia ceduto la sua anima al demonio. Fa per fermarli ma si accascia per il grave dolore.
(atto I) Dopo la tremenda sconfitta inferta dalle truppe francesi guidate di Giovanna, i soldati inglesi esortano il loro comandante Talbot a ordinare la ritirata. Giunge il campo Giacomo quasi impazzito dal dolore: viene a denunciare sua figlia e chiede di combattei e contro Carlo che l'ha sedotta: promette che prima di sera consegnerà Giovanni agli inglesi purché puniscano la sua empietà. Ormai conclusa la sua missione, Giovanna sente la nostalgia dei luoghi dove ha vissuto; decide quindi di partire Ma sopraggiunge Carlo che la trattiene confessandole il suo amore. Giovanna è commossa e dopo una prima resistenza ammette anch'essa il suo amore per lui. Ma voci dal cielo le ricordano il suo destino: deve rinunciare a ogni affetto terreno. Carlo che non ha udito le voci è sorpreso nel vederla turbata e tremante. In quel momento giungono gli ufficiali del re per invitarli a raccogliere gli onori della folla: Carlo sarà incoronato ed egli desidera che sia Giovanna a porre la corona sul suo capo e a condividere la gloria. La fanciulla, non più padrona di se stessa segue Carlo passivamente, in preda al rimorso per la sua colpa. Un coro dì spiriti malvagi che inneggia a Satana e alla sua vittoria sulla purezza, assale l'anima di Giovanna.
(atto II) Il popolo in festa si prepara all’incoronazione cantando le prodezze della vergine guerriera. Il corteo, che accompagna Carlo e Giovanna, entra nella cattedrale di San Dionigi per il sacro rito. Fuori attende Giacomo che, dimentico dell’amore paterno e puro strumento della volontà divina, è pronto ad accusare Giovanna. Uscito il corteo dalla cattedrale, Giacomo vede nel volto turbato della figlia la conferma ai suoi sospetti: si scaglia quindi furibondo contro di lei e l'accusa di empietà davanti al re e al popolo. Giovanna, nonostante Carlo la supplichi di discolparsi, non apre bocca e rinuncia ad ogni difesa. Tuoni e fulmini improvvisi sembrano confermare le accuse di Giacomo: la folla, terrorizzata, già vede in Giovanna una strega. La fanciulla, in lacrime, si getta tra le braccia del padre, che le offre le fiamme del rogo per salvare la sua anima. Carlo dispera di poterla aiutare mentre il popolo, dimentico delle gesta di Giovanna, rinnega l'empia che avrebbe contaminato la gloria della Francia. (atto III) Giovanna, in catene, attende di andare al rogo. Sente i rumori della battaglia che infuria e, ispirata dal cielo, vede quello che accade. Intanto Giacomo entra e si ferma, non visto, a osservare la figlia. Essa vede Carlo circondato dagli Inglesi che stanno per sconfiggerlo: prega Dio di non abbandonarla e gi affida il suo cuore: amò è vero, ma per un solo istante, rimanendo pura. Giacomo che ha udito la sua preghiera, comprende di aver accusato ingiustamente la figlia e accorre a liberarla. Giovanna chiede al padre di benedirla, afferra la spada e corre al campo di battaglia. Giacomo dalla torre la vede in sella ad un bianco destriero salvare il re e guidare l'esercito francese alla riscossa.
Alla torre arriva Carlo, mandato di Giovanna a difendere suo padre; ben presto giunge la notizia che gli Inglesi sono in rotta ma Giovanna è morta. Carlo e Giacomo sono in preda al più grande dolore, quando arriva il corteo funebre che accompagna la salma della vergine. All’improvviso Giovanna apre gli occhi e, come mossa da una forza soprannaturale, si solleva: prende dalle mani di Carlo le insegne dei francesi e dà l'addio alla terra e alla gloria mortale. Non appena l'eroina muore, una luce astrale si diffonde in cielo tra l'esultanza delle anime beate e il tormento degli spiriti malvagi.
(tratta del web)

Analisi, curiosità e guida all'ascolto
Ho trovato un'interessante analisi di quest'opera in questo sito, eccone una parte[, per continuare a leggerla cliccate di seguito].
I debiti nei confronti di Schiller presenti nel libretto di Temistocle Solera sono essenzialmente due: l’accettazione della morte di Giovanna ferita in battaglia (evitando all’eroina l’orrore del rogo con tanti saluti alla verosimiglianza storica, dato che la vera Jeanne Darc morì bruciata viva ad appena 19 anni) e l’inserimento del padre di Giovanna come accusatore implacabile della figlia. Il personaggio dell’inglese Lionel, di cui Giovanna si innamora, viene eliminato, al pari della figura di Agnes Sorel (favorita del re): una scelta che rendeva praticamente obbligatorio inserire l’intreccio amoroso tra i protagonisti rimasti, ovvero la pulzella e il re medesimo. Una volta accettata la palese incongruenza storica (al pari della figura di Giacomo, padre di Giovanna, che passa abbastanza disinvoltamente e allegramente dal campo inglese a quello francese senza incontrare particolari resistenze) bisogna riconoscere che il plot drammaturgico non è privo di una sua rozza efficacia e si comprende come Verdi dovesse essere interessato da alcuni dei punti salienti del dramma:
  • la presenza di una figura femminile eroica e combattente, degna parente di Abigaille in Nabucco (altra donna guerriera), Giselda nei Lombardi alla Prima Crociata ed Elvira nell’Ernani;
Continua a leggere...

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Sulla vita e sulle composizioni di Giuseppe Verdi circolano numerosissime leggende, quindi spesso è difficile distinguere il vero da quello che è stato magari inventato e abbellito per rendere più attraente la biografia: anche su una delle sue opere degli "anni di galera", la Giovanna D'Arco, esiste un racconto di cui si è spesso discusso in merito proprio alla veridicità. Verdi sta infatti tornando da Roma, città in cui ha rappresentato pochi giorni prima I due Foscari. È il 7 novembre del 1844 e il viaggio in carrozza da Roma a Milano si rivelò più difficile del previsto a causa delle condizioni atmosferiche.
Ogni dettaglio venne reso noto da un periodico piuttosto letto a quell'epoca, La Fama. Secondo quest'ultimo, il compositore bussetano era sotto pressione per il molto lavoro da completare e questo elemento, insieme ai pericoli vissuti nell'attraversare l'Appennino Umbro-Marchigiano, gli avevano fornito l'ispirazione per il nuovo dramma lirico che avrebbe rappresentato pochi mesi dopo alla Scala di Milano. Se si ascolta bene questo preludio ci si accorge piuttosto agevolmente degli effetti stereofonici creati ad arte da Verdi, come la prima nota che assomiglia a un tuono che preannuncia un tremendo temporale e i colpi di grancassa che lasciano intuire degli eventi climatici poco piacevoli.

Purtroppo, esiste una smentita ufficiale da parte di Verdi, forse infastidito per i numerosi episodi e aneddoti raccontati sul suo conto già in quel periodo in cui aveva composto appena sei opere: eppure, a questa notizia-racconto si può credere per alcuni validi motivi. Anzitutto, è Emanuele Muzio, fedele collaboratore e unico allievo del bussetano, a raccontare con dovizia di particolari questo fatto ad Antonio Barezzi, benefattore e suocero del musicista, sottolineando chiaramente come l'ispirazione della sinfonia fosse avvenuta proprio in mezzo ai dirupi, aggiungendo una locuzione eloquente, come ben sa. Dunque, anche Barezzi conosceva già l'aneddoto. Inoltre, Verdi leggeva le lettere di Muzio, quindi se avesse voluto cancellare quel riferimento poteva benissimo richiederlo, il suo allievo pendeva direttamente dalle sue labbra.
Un altro valido motivo è il luogo in cui è avvenuta questa ispirazione e in tal caso possono aiutarmi le mie origini. Fin da quando sono nato, infatti, frequento con regolarità (soprattutto d'estate) il confine tra Umbria e Marche, quindi anche questo famoso appennino, dato che ho molti parenti lì. Posso pertanto confermare che la zona è quanto di meno consigliabile valicare soprattutto in autunno inoltrato, quando il tempo è pessimo e la neve comincia a incombere, di conseguenza riesco a immaginare bene i trasporti del 1844, già piuttosto scomodi e faticosi, con in più le difficoltà di una frana (viene menzionata quella presso le Gole del Furlo) e di un temporale. È proprio il caso di dire che quella giornata di tregenda deve essere proprio "benedetta", dato che la sinfonia è uno dei pezzi più apprezzati della Giovanna D'Arco, opera verdiana spesso snobbata per il suo libretto un po' astruso e le trovate sceniche che non convincono del tutto: la musica di Verdi, però, è fiammeggiante e riesce a conquistare con ogni nota, tanto è vero che il compositore non ha esitato ad abbondare con marce, cori interni, processioni e altri effetti musicali. Comunque siano andati i fatti, quando Verdi ritornò a Milano da Roma aveva una ouverture già pronta, o almeno parecchie note che la facessero considerare in una fase molto avanzata.
Sono due i riferimenti di Muzio al viaggio. Quest'ultimo, era arrivato a Milano un'ora prima del bussetano, ma riferirà a Barezzi quanto segue: Il signor Maestro sta bene; ma appena arrivato aveva tutte le sue ossa fracassate, non ne poteva più dalla stanchezza. Il 9 dicembre di quel 1844, poi, ecco che il giovane allievo ritorna a parlare dell'opera: Nessuna Giovanna ha mai avuto musica più filosofica e più bella. La terribile introduzione (ispirazione avvenuta come ben sa in mezzo ai dirupi), il magnifico pezzo "Maledetti cui spinse rea voglia", sono due cose da far trasecolare ogni pover'uomo. Di solito, si è abituati a snobbare racconti così particolari, in quanto si crede che la biografia di un compositore venga abbellita per renderla più accattivante, ma non c'è nulla di male e di bizzarro nel pensare che uno dei geni musicali italiani abbia preso spunto dalla natura per creare una sinfonia che ancora oggi possiamo apprezzare.


Discografia 
1951 Renata Tebaldi, Carlo Bergonzi, Rolando Panerai - Alfredo Simonetto
1951 Renata Tebaldi, Gino Penno, Ugo Savarese - Gabriele Santini
1972 Montserrat Caballé, Placido Domingo, Sherrill Milnes - James Levine
1972 Katia Ricciarelli, Flaviano Labò, Mario Zanasi - Carlo Franci
1974 Katia Ricciarelli, Flaviano Labò, Mario Sereni - Bruno Bartoletti
1990 Susan Dunn, Vincenzo La Scola, Renato Bruson - Riccardo Chailly
1996 June Anderson, Gegam Grigorian, Carlo Guelfi - Eve Queler
2001 Mariella Devia, Ivan Movirov, Franco Vassallo - Nello Santi


Spartito, parti e partitura qui.
Libretto in pdf  qui.  

Documenti
Bozzetti e figurini.
Piccola analisi in formato pdf.
Alessandro Taverna - Traviata d’Orléans



A presto!




 Le foto sono del Festival Verdi 2008 - Teatro Regio di Parma (Coro - Vassileva - Bruson) 



mercoledì 10 aprile 2013

Simon Boccanegra - Maratona Verdi 2013 - XI (II parte)


Ecco la fine della nostra "analisi" del Boccanegra, iniziata mercoledì scorso!

Curiosità
Alcuni giorni dopo l'andata in scena della seconda versione, scrivendo all'amico Opprandino Arrivabene, Verdi osservò che Simon Boccanegra è opera "triste perché dev'essere triste, ma interessa" (è la stessa frase che usa Pestelli per il suo saggio n.d.r.). Nel porre l'accento sulla caratteristica più evidente di quest'opera, la sua tinta scura e malinconica, questo lapidario giudizio solleva un interrogativo di fondo: quali ragioni hanno spinto Verdi a tornare su questa partitura a distanza di decenni, in un momento delicatissimo della sua carriera, per di più interrompendo la composizione di Otello? Le motivazioni sono molteplici e di diversa natura: se da un lato l'operazione si giustifica come una sorta di prova generale volta a saggiare, dopo tanti anni di silenzio, le reazioni del pubblico di fronte alla sua nuova musica, nell'attesa di proporre un'opera originale; dall'altro le parole del musicista lasciano intendere che quest'opera, nonostante l'insuccesso, era rimasta nel suo cuore. Si racconta che Verdi abbia in seguito confidato al nipote Carrara di aver voluto bene al Simon Boccanegra «come si vuol bene al figlio gobbo.»
Simon Boccanegra è una di quelle partiture verdiane – come Macbeth e Don Carlos – che, al di là del loro valore artistico, difficilmente avrebbero potuto aver accesso alla popolarità nel corso dell'Ottocento, in quanto il suo soggetto non ruota intorno ad una grande storia d'amore o ad un infiammato dramma di popoli in lotta per la libertà.
Incentrato su un tema ricorrente nel teatro verdiano - la crisi di un sistema di potere e di affetti familiari - Simon Boccanegra finisce infatti per capovolgere i convenzionali rapporti di forza tra i personaggi: non solo il protagonista è il baritono, ma il suo vero antagonista non è il tenore (l'innamorato giovane e romantico) bensì il basso, mentre la donna contesa non è l'amante, bensì la figlia dell'uno (Simone) e la nipote dell'altro (Fiesco). Il cuore dell'opera è rappresentato da un intreccio fatale di odii atavici e fraintendimenti, in una cronica impossibilità di intendersi e comunicare. Le passioni torbide e irrisolte che animano quest'opera buia, complessa e tormentata, sono destinate a sciogliersi solo dopo che l'inesorabile trascorrere del tempo ne ha levigato l'asprezza, ovvero con l'approssimarsi della morte. Tra il prologo e i tre atti trascorrono ben venticinque anni, ed è suggestivo raffrontare questo scarto temporale con il lasso di tempo - ventiquattro anni: dal 1857 al 1881 - che separò nella realtà la nascita delle due versioni: si direbbe che lo stesso Verdi, per trovare il vero senso di questo dramma, abbia avuto bisogno di riconsiderarlo con uno sguardo retrospettivo, quello stesso sguardo che domina l'atto conclusivo dell'opera e lo rende così umanamente struggente.
Se dal punto di vista drammaturgico la modifica più importante introdotta dalla versione 1881 riguarda il quadro che chiude il primo atto, composto ex novo e destinato a diventare la scena più intensa e spettacolare dell'opera, sul piano poetico appaiono non meno determinanti i cambiamenti alla prima parte del prologo e, in particolare, l'aggiunta di quel breve ma straordinario preludio il cui motivo principale – «una cellula drammatico–narrativa a vite perpetua», come la definisce Massimo Mila – sembra far scaturire il dramma dalle brume della memoria, dando piena evidenza musicale all'idea fondamentale del trascorrere del tempo.
Il colore complessivamente severo deriva sia dal largo impiego di uno stile vocale tra il declamato e l'arioso (quanto a dire dall'assenza di motivi orecchiabili: a nessuna delle arie è toccato in sorte di entrare a pieno titolo nel repertorio concertistico), sia dal predominio delle voci gravi e virili (Simone, Fiesco, ma anche i congiurati Paolo e Pietro, e lo stesso coro, per lo più maschile), cui si contrappone una sola voce femminile: quella luminosa e calda del soprano lirico che interpreta il ruolo di Amelia, la giovane donna tenera e gentile, coinvolta suo malgrado nel dramma esistenziale e politico degli uomini che l'amano e ne fanno oggetto delle loro contese.
Il protagonista, un plebeo dall'animo nobile provato in gioventù da un atroce dolore, canta nel registro vocale più caro a Verdi, quello di baritono. Il suo nemico, l'inesorabile patrizio Jacopo Fieschi - una figura di padre-padrone ricorrente spesso nel teatro verdiano, da Zaccaria (Nabucco) a Rigoletto, da Giorgio Germont (La traviata) ad Amonasro (Aida), da Filippo II (Don Carlos) al Marchese di Calatrava (La forza del destino) - in quello di basso.
Più sullo sfondo si staglia la coppia degli innamorati, costituita da Amelia e Gabriele Adorno, il giovane patrizio dall'animo ardente ma leale (tenore). La loro limpida storia d'amore ha la funzione di creare un contrasto con le torbide, inespresse passioni, incancrenite dal tempo, che tormentano gli animi dei due antagonisti, segnalando in tal modo la distanza generazionale che sussiste fra i due mondi. Quest'opera cupa e triste si conclude infatti con un lutto compensato dalla promessa di un tempo migliore e con un messaggio di pace e d'amore: simile ad un passaggio di testimone, la morte di Simone coincide con la promessa di nozze degli innamorati e con l'elezione a Doge di Gabriele, cosicché il momento della riconciliazione nasce catarticamente da quello della sofferenza.
Illuminante per comprendere il senso del lungo travaglio e dell'inutile odio che distrugge la vita di Simone e di Fiesco è il peso che Paolo Albiani, il congiurato (un altro baritono) viene ad assumere per effetto della revisione 1881, soprattutto sotto la spinta di Boito, fatalmente attratto verso personaggi mefistofelici. Non è un caso che proprio la condanna a morte di Paolo, il simbolo stesso del male, e la sua definitiva uscita di scena preceda immediatamente il grande duetto della riconciliazione.
Musicalmente la partitura risente inevitabilmente degli anni che trascorrono tra la prima e la seconda versione e delle esperienze umane ed artistiche del suo autore. Le parti nuove sono facilmente riconoscibili e presentano una finezza di scrittura ed una brillantezza ritmica e timbrica lontane dallo stile disadorno e un po' monocorde dell'opera del 1857. La tinta ombrosa che caratterizza la prima versione permane anche nella seconda, ma attraversata da lampi sinistri che, nella terribile scena della maledizione che chiude il primo atto, arrivano a coagularsi in effetti espressionisti.
Opera avara di grandi arie, Simon Boccanegra si fa invece apprezzare per una straordinaria aderenza della musica al dramma, già riscontrabile nella versione originale ma notevolmente accresciuta dalla revisione, che elimina i brani più convenzionali e trasforma alcuni recitativi in moderni declamati melodici. Unica pecca dell'opera - è stato detto - è la presenza di un secondo atto che, per ragioni di struttura narrativa, Verdi non ha potuto rielaborare se non in minima parte e che, nella sua brevità, schiacciato com'è tra la grandiosità della scena finale del primo atto e la commovente tragicità del terzo, ha quasi l'aspetto di una parentesi e di un ritorno al Verdi più convenzionale. Ma anche qui, la qualità della musica e la sintesi drammatica sono tali da giustificare la piena riabilitazione che la critica ha ormai accordato a questa partitura intensa e sottile, che, tra le altre cose, ha il merito di offrirci uno dei ritratti più autentici dell'uomo Verdi: pessimista, scuro ma – come la sua opera – sempre umano e profondo.

Simone Boccanegra




C’è una piazzetta nei caruggi, lì c’era la sua casa.
E lì c’è una una targa a ricordo del suo illustre abitante: Simone Boccanegra, il primo Doge della Superba.
Altre info e foto qui.


Incisioni discografiche 
Trovate due versioni della discografia, migliori di quella che vi propongo, tra i documenti che vi ho allegato.

Versione del 1881 
1939 Lawrence Tibbett, Elisabeth Rethberg, Giovanni Martinelli, Ezio Pinza - Ettore Panizza 
1951 Paolo Silveri, Antonietta Stella, Carlo Bergonzi, Mario Petri -  Francesco Molinari-Pradelli
1957 Tito Gobbi, Boris Christoff, Victoria de Los Angeles, Giuseppe Campora - Gabriele Santini
1958 Tito Gobbi, Leyla Gencer, Mirto Picchi, Ferruccio Mazzoli - Mario Rossi
1961 Frank Guarrera, Giorgio Tozzi, Renata Tebaldi, Richard Tucker - Nino Verchi
1976 Piero Cappuccilli, Katia Ricciarelli, Giorgio Merighi, Nicolai Ghiaurov - Oliviero de Fabritiis
1973 Piero Cappuccilli, Ruggero Raimondi, Katia Ricciarelli, Plácido Domingo - Gianandrea Gavazzeni
1977 Piero Cappuccilli, Nicolaj Ghiaurov, Mirella Freni, José Carreras - Claudio Abbado
1984 Sherrill Milnes, Paul Plishka, Anna Tomowa-Sintow, Vasile Moldoveanu - James Levine
1987 Piero Cappuccilli, Ruggero Raimondi, Katia Ricciarelli, Placido Domingo - Gianandrea Gavazzeni
1988 Leo Nucci, Paata Burchuladze, Kiri Te Kanawa, Giacomo Aragall - Georg Solti
1995 Vladimir Chernov, Dame Kiri Te Kanawa, Plácido Domingo, Robert Lloyd - James Levine
2010 Placido Domingo, Adrianne Pieczonka, Marcello Giordani, James Morris - James Levine


Versione originale
1975 Sesto Bruscantini, Josella Ligi, Andre Turp, Gwynne Howell - John Matheson 
1999 Vitorio Vitelli, Annalisa Raspagliosi, Warren Mok, Francesco Ellero d'Artegna - Renato Palumbo 


Spartito, parti e partiture qui. L'opera è edita in Italia da Ricordi.
Libretto in versione web o pdf o nei nostri file.

Approfondimenti:
Saggio di Giorgio Pestelli
Saggio di Daniela Goldin Folena
Saggio di Alessandro Taverna
Analisi musicale di Gilles de Van
Discografia di Giuseppe Rossi
Appunti per una discografia di Giuseppe Rossi
Programma di sala del Teatro La Fenice di Venezia
Programma di sala del Teatro Lirico Verdi di Trieste



A presto con la prossima opera!
Giorgia



martedì 9 aprile 2013

Requiem quieto del 26 Marzo - il ritardo è musicale.

Ok, lo so, non ha senso.. e mi ero, anzi, ci eravamo riproposte di non farlo! 

Recensire uno spettacolo a due settimane di distanza è piuttosto sciocco. 

Mi spiaceva, però, non citare neppure per un attimo il concerto offerto dal Carlo Felice lo scorso 26 Marzo.

Requiem 
W. A. Mozart
Cattedrale di San Lorenzo. 
Coro e Orchestra del Carlo Felice 
Direzione di Giovanni Porcile
con 
Mirella di Vita
Marina Frandi
Giampiero De Paoli
Filippo Balestra


Fatto. 

Ma non la scampate così facilmente, ormai ho iniziato!

Perciò con brevità e concisione, cerco di elencarvi i prima i difetti e poi i pregi che hanno reso questo meraviglioso evento, un po' meno stupendo del previsto.

Dunque, inutile dirvi il solito, grande problema dell'acustica della nostra stupenda cattedrale: quaranta coristi, con circa altrettanti strumentisti e nulla, pareva cantassero in Matteotti. Per la disposizione dei posti, che dirvi, io ho avuto la fortuna di sedermi, essendo arrivata mezz'ora prima. Ce n'erano abbastanza, a parte tutta la navata centrale prenotata e tanta maleducazione da parte della gente (quelli che avevo avanti io non hanno smesso un attimo di parlare, beh, fatta eccezione per il momento "requiem" e tra le tante cose hanno "prenotato" una fila di posti - mezz'ora prima - con alcune giacche e una sola persona seduta, arrivando tranquillamente a pochi minuti dall'inizio - neanche a dirlo la gente intorno dava un po' in escandescenza..).

Rex Tremendae 
La direzione è stata buona, fatta eccezione per alcuni stacchi di tempo, che sono sembrati (e non solo a me) eccessivi - es. Rex Tremendae, nella velocità in questo caso -, ma che sono sicuramente giustificati da un fattore di acustica.
Il coro è stato molto bravo - come al solito - benché si siano notati un po' di imprecisioni in certi punti, forse, sempre date dal luogo. 




I soliti, sopratutto le donne, mi hanno convinto: la Di Vita ha dimostrato di saper adattare la sua voce anche al "leggero" e cristallino Mozart, la Frandi si è fatta valere con proiezione ottima della voce e dizione perfetta, il bel timbro e l'intonazione sempre esatta, come vale del resto per la soprano,  malgrado gli uomini cercassero di sviarle, il basso ha dato una buona prova nel difficile Tuba Mirum e lo stesso ha fatto il tenore, dalla voce timbrata e leggera, sebbene cercasse di appesantirla (?) risultando talvolta stonato o un po' spinto  in certi punti, certo che il suo intervento Mors stupebit et natura.. (nel Tuba Mirum) vale tutto il Requiem e lui ha saputo giocare bene le sue carte. 



Confutatis
Ho potuto apprezzare i tenori del coro in modo particolare e violoncelli, contrabbassi, organo in orchestra. Magnifica la sezione maschile nel Confutatis. 

Direi un concerto riuscito.
L'intervento del Cardinal Bagnasco, l'ho trovato un poco.. anzi piuttosto, prolisso. 

Grazie a chi ha organizzato l'evento, a cui moltissima cittadinanza ha partecipato, benché parallelamente ci fosse il concerto di De Gregori al Carlo Felice e fosse un Martedì.

A presto!
Giorgia





















sabato 6 aprile 2013

l'Aria che tira - 7


Ecco a voi le perle nere della lirica!
Parte I





Una grande Eboli per riprendersi...
Agnes Baltsa



Buon week-end!

mercoledì 3 aprile 2013

Simon Boccanegra - Maratona Verdi 2013 - XI

Sublime questo sentimento d'una patria italiana a quell'epoca!


[Così il nostro compatriota scriveva a Ricordi in una lettera del 20 Novembre 1880, quando era impegnato nel rifacimento dell'opera in questione].  

Complessa e lunga la vicenda di Simon Boccanegra, sia dal punto di vista storico-biografico sia dal punto di vista narrativo e della trama.

Devo dire che tengo molto a quest'opera, perché siamo un blog che nasce con la volontà di rivalutare Genova, e questa è proprio un'opera che tratta della nostra Superba.

Vi racconterò anche un aneddoto personale: due anni fa sono andata in Argentina e proprio in quel momento - era estate per noi, ovvero inverno per loro - il Colon, famoso teatro dell'opera di Buenos Aires, metteva in scena il Simone! Disgraziatamente però non sono riuscita a procurarmi un biglietto in tempo... non sapete quanto mi sia dispiaciuto non potervi assistere! Beh, in compenso mi sono gustata un ottimo III (Concerto per pianoforte e orchestra) di Beethoven!
Ebbene, inziamo con la storia ed alcune curiosità!

Storia
Premessa: l'opera ha due versioni, la prima, per Venezia, su libretto di Francesco Maria Piave (con modifiche di Giuseppe Montanelli*) e la seconda, per Milano, con variazioni al libretto di Arrigo Boito; non bisogna comunque dimenticarsi della forte influenza del compositore durante la stesura del libretto - per dirla con Mioli potremmo definirlo un libretto a sei, se non otto, mani poetiche.

[* ecco come Verdi liquida il librettista dopo le modifiche apportate da Montanelli a Parigi: Eccoti il libretto accorciato e ridotto presso a poco come deve essere. Come ti dissi in altra mia, tu devi mettere o no il tuo nome. Se quanto è avvenuto ti spiace, a me spiace pure, e forse più di te, ma non posso dirti altro che "era una necessità.]

La prima prima si tenne al Teatro la Fenice (di Venezia per l'appunto) nel 1857, la prima con testo adattato invece, si tenne al Teatro alla Scala (di Milano) nel 1881.

1885, La Fenice vuole un'altra opera, il contratto verrà firmato solo un anno dopo. Verdi ha già chiaro il soggetto: Simon Boccanegra, tratto dal dramma di Antonio García Gutiérrez - stesso autore di Trovatore -  Venezia fu un completo insuccesso, tanto che lui stesso affermò di sentirla "monotona e fredda" e sempre lui decise di toglierla dalle scene per più di vent'anni dalla prima rappresentazione, quando l'amico e suo editore Giovanni Ricordi - e chisennnoooo? - gli suggerisce di ripensare al genovese Boccanegra.
La "riedizione" si svolse nel periodo in cui il compositore aveva già scritto Aida ed il Requiem, con progetti per l'Otello, per il rifacimento dello Stiffelio (Aroldo), progettazione Re Lear e composizione della Battaglia di Legnano.

Sembra, comunque che il rifacimento abbia impegnato Verdi per poco più di sei settimane, si preoccupava sopratutto del finale del primo atto. Le modifiche stanno nella revisione del primo atto, per il quale Verdi viene ispirato da due lettere di Francesco Petrarca, una indirizzata al Doge di Genova e l’altra a quello di Venezia, che condannavano le lotte fratricide tra le due Repubbliche. Rifacendosi a una verità storica e mischiando così verità scenica e storia la lettera di Petrarca comparirà non solo nel testo del libretto, ma anche sulla scena.



Boccanegra in breve da Enciclopedia Treccani 
Boccanégra, Simone. - Primo doge di Genova (m. il 14 marzo 1363); eletto dal popolo il 23 sett. 1339, fu confermato dal parlamento che decise però l'istituzione presso il doge di un consiglio di quindici popolani, l'esclusione dei nobili dal dogato e dei guelfi da ogni ufficio pubblico. B. tentò di pacificare gli animi, ma poiché i nobili avevano ottenuto di entrare nel consiglio in pari numero coi popolani, fu costretto a rinunciare al dogato (23 dic. 1344). Ritiratosi a Pisa, dopo che il terzo doge Giovanni di Valente ebbe consegnato la Repubblica ai Visconti (1353), il B., fingendosi loro amico, riuscì con l'appoggio di questi a rientrare a Genova. Riassunto il dogato (15nov. 1356), governò con fermezza contrastando le mene dei nobili. Morì, secondo la tradizione, avvelenato in un banchetto.



Drammatis Personae 
Simon Boccanegra, corsaro al servizio della Repubblica genovese, poi primo Doge di Genova - baritono
Jacopo Fiesco, nobile genovese; poi sotto il nome di Andrea Grimaldi - basso
Maria Boccanegra, figlia di Simone, sotto il nome di Amelia Grimaldi - soprano
Gabriele Adorno, gentiluomo genovese - tenore
Paolo Albiani, filatore d'oro, genovese, poi primo Doge di Genova, poi cortigiano favorito del Doge - baritono
Pietro, popolano di Genova; poi cortigiano - basso
Capitano dei balestrieri - tenore
Un'ancella di Amelia

Ambientazione: Genova - XIV sec. 
Durata: 2 ore e 30 min. 


















Trama
Prologo - Piazza di Genova. Nel fondo la chiesa di San Lorenzo, a destra il palazzo dei Fieschi. Notte. I genovesi Paolo Albiani orefice e Pietro popolano, in odio ai patrizi decidono di eleggere doge, e se occorre con la violenza, Simon Boccanegra, "corsaro al servizio della Repubblica". Simone accetta con la speranza di strappare all' "empio ostello" dei Fieschi la donna che vi geme prigioniera e che egli ha amato avendone una bimba, di cui nulla sa dopo la sua misteriosa scomparso. La donna è una Fieschi figlia di Jacopo, che ha disonorato la famiglia: da ciò la sua segregazione. Tornata deserta la piazza, il nobile Jacopo Fiesco esce dal palazzo dove la figlia peccatrice è morta. S'incontra con Simone, cui rimprovera l'oltraggio ma tace la sciagura. Simone chiede inutilmente perdono: lo otterrebbe soltanto a patto ch'egli consegnasse al Fiesco il frutto del suo amore con la patrizia; ma egli non può, egli crede perduto quel frutto dopo la sua scomparsa. Jacopo lo lascia solo e Simone, tentato di vedere la donna amata e prigioniera, entra nel palazzo. La trova cadavere. In quella Paolo, Pietro e il "popolo d'ambo i sessi con fiaccole accese", irrompono nella piazza acclamando Simone doge . "Una tomba ... ", grida questi. "Un trono! ... ", risponde Paolo. "Doge Simon? ... m'arde l'inferno in petto!", commento il Fiesco.
( I Atto) Giardino dei Grimaldi fuori Genova, di fronte al mare. Spunta l'aurora. Amelia Grimaldi, sotto il cui nome si nasconde la figlia naturale di Simone, Maria Boccanegra, si trova segretamente con il fidanzato Gabriele Adorno, qentiluomo genovese che ha per rivale d'amore Paolo Albiani. Già nel duetto che ne segue è fatto cenno velatamente alla congiura dei patrizi genovesi, tra cui sono Gabriele Adorno e Jacopo Fiesco, celato questo sotto il nome di Andrea, intesi ad abbattere Simone. Ma arriva il popolano Pietro che annuncia una imminente visita del doge in casa Grimaldi. Gabriele è interdetto. Amelia gli comunica che la visita ha il solo scopo di chiedere "sua destra" per altro favorito dogale e lo invita a farsi avanti per tempo. Va Gabriele in cerca di Andrea (Jacopo Fiesco), mentre Amelia rientra a palazzo; e subito lo incontra e qli chiede di consentire al matrimonio suo con Amelia. Andrea consente, spiegando però che "alto mistero sulla vergine incombe", e che Amelia non è una Grimaldi bensì un'orfana d'umili origini. Ma "ecco il Doge: partiam". Ora sono in giardino il doge e Paolo col seguito. Il doge avvicina Amelia promettendo pace ai nemici Grimaldi patrizi e auspicando all'unione dell'ospite gentile con Paolo Albiani. Dalle confidenze di Amelia, che egli dice non essere una Grimaldi ma un'orfana, e dal ritratto d'una donna che già aveva in custodia la fanciulla sulla marina di Pisa, egli scopre in lei la figlia scomparsa venticinque anni prima. Si abbracciano commossi. A Paolo, sopraggiunto quando la fanciulla è rientrata nelle stanze, impone di rinunziare a ogni speranza, poi segue la figlia ritrovata. Paolo e Pietro progettano allora di rapire Amelia e di nasconderla nell'abitazione di Lorenzino usuriere. Le ultime scene si svolgono nella sala del Consiglio del Palazzo degli Abati. Dal seggio ducale, alla presenza dei consiglieri, Simone tratta degli affari di Stato quando s'ode un crescente rumore di tumulto dalla piazza dei Fieschi. Tra grida di viva e morte al doge, irrompe il popolo trascinando seco Gabriele e Andrea, i quali avevano ucciso l'usuriere Lorenzino ritenuto colpevole d'aver rapito Amelia. Prima di morire Lorenzino stava svelando il nome dell'uomo "possente" che l'aveva spinto al crimine. Gabriele pensa si tratti non di Paolo, ma dello stesso doge, e accusandolo di ratto cerca di colpirlo col pugnale. Amelia, che nel frattempo è riuscita a fuggire, entra in quel punto e si interpone dichiarando l'innocenza di Simone e invocando da lui il perdono di Gabriele. Paolo, ancora insospettato, salvo che da Amelia, medita nuove vendette.
(II Atto) Stanza del doge nel palazzo ducale. Andrea e Gabriele, prigionieri per una notte, vengono tratti alla presenza di Paolo, che confida loro di odiare a sua volta il "tiranno" e propone a entrambi di trucidarlo. Il Fiesco rifiuta e ritorna in carcere. L'Adorno si trattiene. A lui Paolo dice che anche Amelia è nel palazzo e "del vegliardo è segno alle infami dilettanze". Duro scontro tra Gabriele ed Amelia che, accusata dal giovane, non può svelare il segreto della paternità di Simone. Il quale entra mentre Gabriele si nasconde sul poggiolo e assiste di là, furiosamente ingelostio, a un episodio di tenerezza tra Amelia e il padre, cui "ardon le fauci" (ma questa è una variante di Boito) al pensiero che la figlia ami il traditore suo. Poi Simone s'addormenta e per la seconda volta Adorno, uscito dal nascondiglio, tenta di pugnalarlo. Ancora si interpone Amelia e finalmente il doge - era tempo - confessa a Gabriele Adorno d'essere genitore alla fanciulla. Fuori continua la sommossa.
(III Atto) Interno del palazzo ducale. Viene ridata libertà al Fiesco ma è tratto in catene Paolo, condannato al supplizio perché colto tra i rivoltosi con l'armi in pugno. Un coro dall'interno indica che si stanno celebrando le nozze di Amelia e Gabriele. Paolo freme ma sa che la vendetta non tarderò a venire poiché egli ha fatto in tempo ad avvelenare Simone. In un successivo colloquio tra il Fiesco e Simone, questi rivela che Amelia Grimaldi, l'orfanella, è in realtà Maria Boccanegra, la figlia della Fiesco da lui amata in gioventù. Jacopo trasalisce, desolato di perdonare troppo tardi all'antico seduttore della sua creatura. Nell'ultima scena, con intervento degli sposi novelli, Simone muore, dopo avere additato nello Adorno il successore. Maria Fieschi Boccanegra Adorno piange insieme, doppiamente intenerita, la morte del padre e la scoperta del nonno paterno. "Lenti e gravi tocchi di campana. Tutti s'inginocchiano.

















Ci vediamo mercoledì prossimo con la seconda parte! ù
Giorgia

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