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giovedì 9 maggio 2013

Un breve riepilogo

Vi offro un piccolo riepilogo delle opere verdiane [qui un riepilogo (.doc) contenente tutte le opere con la trama]

Ordine Alfabetico (con autore del libretto, eventuale fonte e data e luogo della prima rappresentazione)

Aida 
Libretto: Antonio Ghislanzoni
Prima: Il Cairo, Teatro dell’Opera, 24 dicembre 1871

Alzira
Libretto: Salvatore Cammarano
Tratto da Alzire ou les Américains di Voltaire
Prima: Napoli, Teatro San Carlo, 12 agosto 1845

Aroldo
Libretto: Francesco Maria Piave, rifacimento dello Stiffelio
Prima: Rimini, Teatro Nuovo, 16 agosto 1857

Attila
Libretto: Temistocle Solera
Tratto da Attila re degli Unni di Zacharias Werner
Prima: Venezia, Teatro La Fenice, 17 marzo 1846

Un ballo in maschera
Libretto: Antonio Somma
Ispirato al romanzo di Eugène Scribe Gustave III ou Le bal masqué
Prima: Roma, Teatro Apollo, 17 febbraio 1859

La battaglia di Legnano
Libretto: Salvatore Cammarano
Prima: Roma, Teatro Argentina, 27 gennaio 1849

Il corsaro
Libretto: Francesco Maria Piave
Tratto da The Corsair di George Byron
Prima: Trieste, Teatro Grande, 25 ottobre 1848

Don Carlos
Libretto: F.Joseph Méry e Camille Du Locle
Tratto dall’omonima tragedia di Friedrich Schiller
Prima: Parigi, Teatro dell’Opéra, 11 marzo 1867

I due foscari
Libretto: Francesco Maria Piave
Tratto dalla tragedia The two Foscari di George Byron
Prima: Roma, Teatro Argentina, 3 novembre 1844

Ernani
Libretto: Francesco Maria Piave
Tratto dal dramma Ernani di Victor Hugo
Prima: Venezia, Teatro La Fenice, 9 marzo 1844

Falstaff
Libretto: Arrigo Boito
Tratto da soggetto shakespeariano e in particolare da The Merry Wives of Windsor
Prima: Milano, Teatro alla Scala, 9 febbraio 1893

La forza del destino
Libretto: Francesco Maria Piave
Tratto da Don Alvàro o la Fuerza del Sino di A. Saavedra, duca di Rivas
Prima: San Pietroburgo, Teatro Imperiale, 10 novembre 1862

Un Giorno di regno, ossia il finto Stanislao
Libretto: Francesco Romani
Tratto da Le faux Stanislas di A.V. Pineau-Duval
Prima: Milano, Teatro alla Scala, 5 settembte 1840

Giovanna d'Arco
Libretto: Temistocle Solera
Tratto da Die Jung Frau von Orléans di Friedrich Schiller
Prima: Milano, Teatro alla Scala, 15 febbraio 1845

Jérusalem
Libretto: A. Royer e G. Vaëz
revisione de I Lombardi alla prima Crociata
Prima: Parigi, Teatro dell’Opéra, 26 novembre 1847

I Lombardi alla prima Crociata
Libretto: Temistocle Solera
Tratto dall’omonimo poema di Tommaso Grossi
Prima: Milano, Teatro alla Scala, 11 febbraio 1843

Luisa Miller
Libretto: Salvatore Cammarano
Tratto dalla tragedia Kabala und Liebe di Friedrich Schiller
Prima: Napoli, Teatro San Carlo, 8 dicembre 1849

Macbeth
Libretto: Francesco Maria Piave
Tratto dall’omonima tragedia di William Shakespeare
Prima: Firenze, Teatro alla Pergola, 14 marzo 1847

I masnadieri
Libretto: Andrea Maffei
Tratto dalla tragedia Die Raüber di Friedrich Schiller
Prima: Londra, Queen’s Theatre, 22 luglio 1847

[MESSA DA REQUIEM
Prima: Milano, Chiesa di S. Marco, 22 Maggio 1874
]

Nabucodonosor
Libretto: Temistocle Solera
Prima: Milano, Teatro alla Scala, 9 marzo 1842

Oberto conte di San Bonifacio
Libretto: Temistocle Solera
Prima: Milano, Teatro alla Scala, 17 novembre 1839

Otello
Libretto: Arrigo Boito
Tratto dalla tragedia Othello di William Shakespeare
Prima: Milano, Teatro alla Scala, 5 febbraio 1887

[QUATTRO PEZZI SACRI
Laudi alla Vergine Maria, Te Deum, Stabat Mater, Ave Maria
Prima: Parigi, Teatro dell'Opèra, 7 aprile 1898
]

RE LEAR
Libretto: Salvatore Cammarano
Tratto dalla tragedia King Lear di William Shakespeare
Prima: Una grande progetto rimasto purtroppo incompiuto (1850)


Rigoletto
Libretto: Francesco Maria Piave
Tratto dal dramma Le Roi s’amuse di Victor Hugo
Prima: Venezia, Teatro La Fenice, 11 marzo 1851

Simon Boccanegra
Libretto: Francesco Maria Piave
Tratto dal dramma Simón Bocanegra di Antonio García Gutiérrez
Prima: Venezia, Teatro La Fenice, 12 marzo 1857

Stiffelio
Libretto: Francesco Maria Piave
Tratto dal dramma Le pasteur ou L’évangile et le foyer di E. Bourgeois e E. Souvestre
Prima: Trieste, Teatro Grande, 16 novembre 1850

La traviata
Libretto: Francesco Maria Piave
Tratto dal romanzo La dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio
Prima: Venezia, Teatro La Fenice, 6 marzo 1853

Il trovatore
Libretto: Salvatore Cammarano
Tratto dalla tragedia El Trovador di Antonio García Gutiérrez
Prima: Roma, Teatro Apollo, 19 gennaio 1853

Les vêpres siciliennes
Libretto: Eugène Scribe e Charles Duveyerier
Tradotto in italiano da Arnaldo Fusinato
Prima: Parigi, Teatro dell’Opéra, 13 giugno 1855

Ordine cronologico 

1839 Milano, Teatro alla Scala: Oberto conte di San Bonifacio (17 novembre) 
1840 Milano, Teatro alla Scala: Un Giorno di regno ovvero il finto Stanislao (5 settembre) 
1842 Milano, Teatro alla Scala: Nabucodonosor (9 marzo) 
1843 Milano, Teatro alla Scala: I Lombardi alla prima Crociata (11 febbraio) 
1844 Venezia,Teatro La Fenice: Ernani (9 marzo) 
1844 Roma, Teatro Argentina: I due foscari (3 novembre) 
1845 Milano, Teatro alla Scala: Giovanna D'Arco (15 febbraio) 
1845 Napoli, Teatro San Carlo: Alzira (12 agosto) 
1846 Venezia,Teatro La Fenice: Attila (17 marzo) 
1847 Firenze,Teatro alla Pergola: Macbeth (14 marzo) 
1847 Londra, Her Majesty Theatre: I masnadieri (22 luglio)
1847 Parigi, Teatro dell'Opéra: Jérusalem (rifacimento de I Lombardi) (26 novembre) 
1848 Trieste,Teatro Grande: Il corsaro (25 ottobre) 
1849 Roma, Teatro Argentina: La battaglia di Legnano (27 gennaio) 
1849 Napoli, Teatro San Carlo: Luisa Miller (8 dicembre) 
1850 Trieste,Teatro Grande: Stiffelio (16 novembre) 
1851 Venezia,Teatro La Fenice: Rigoletto (11 marzo) 
1853 Roma, Teatro Apollo: Il trovatore (19 gennaio) 
1853 Venezia,Teatro La Fenice: La Traviata (6 marzo) 
1855 Parigi, Teatro dell’Opéra, Les Vêpres siciliennes (13 giugno) 
1857 Venezia,Teatro La Fenice: Simon Boccanegra (12 marzo) 
1857 Rimini, Teatro Nuovo: Aroldo (rifacimento di Stiffelio) (16 agosto) 
1859 Roma, Teatro Apollo: Un ballo in maschera (17 febbraio) 
1862 San Pietroburgo, Teatro Imperiale: La forza del destino (10 novembre) 
1865 Parigi, Thèatre Lyrique: Macbeth (nuova versione) (21 aprile) 
1867 Parigi, Teatro dell’Opéra: Don Carlos (11marzo) 
1869 Milano, Teatro alla Scala: La forza del destino (nuova versione) (27 febbraio) 
1871 IlCairo,Teatro dell’Opera: Aida (24 dicembre) 
(1874 Milano, Chiesa di San Marco: Messa da requiem (22 maggio)) 
1881 Milano, Teatro alla Scala: Simon Boccanegra (nuova versione) (24 marzo) 
1884 Milano, Teatro alla Scala: Don Carlo (versione italiana) (10 gennaio) 
1887 Milano, Teatro alla Scala: Otello (5 febbraio) 
1893 Milano, Teatro alla Scala: Falstaff (9 febbraio) 
(1898 Parigi, Teatro dell'Opèra: Quattro pezzi sacri )


mercoledì 8 maggio 2013

Il Finto Stanislao - Maratona Verdi 2013 - XIV

O "Un Giorno di Regno"


Storia e caratteristiche
Dramma giocoso in due atti, non è proprio nelle corde di Verdi, tanto chè non lo si può proprio definire un'opera riuscita. Sulle scene per la prima volta alla Scala nel 1840 non ottenendo molto successo, viene poi messa ripresa poche volte. 
Libretto di Romani rielaborato poi dal Solera. 
Durata 1 ora e 50 min. circa. 

Con  l'Oberto conte di San Bonifacio Verdi ottiene un successo, così Merelli - impresario del La Scala - gli commissiona un’opera buffa. 
Il 1840 segna per Verdi l’inizio di una nuova carriera in collaborazione col teatro milanese - che durerà per cinque anni, sino alla sfortunata Giovanna d'Arco - e l’inizio di un periodo di disagi, sofferenze e lutti. Margherita, sua moglie, muore improvvisamente in giugno per encefalite. Distrutto dal dolore chiede la rottura del contratto per Un giorno di regno, ma non gli viene concessa ed il povero Verdi si vede costretto a comporre un’opera buffa che non s’intonava certo al suo stato d’animo. 


Drammatis Personae
Il cavalier Belfiore, sotto il nome di Stanislao di Polonia - baritono
Il barone di Kelbar - basso
La marchesa Del Poggio, giovane vedova, nipote del barone e amante del cavaliere - soprano
Giulietta di Kelbar, figlia del barone e amante di Edoardo - mezzosoprano
Edoardo di Sanval, giovane ufficiale - tenore
Il signor Della Rocca, tesoriere degli stati di Bretagna, zio di Edoardo - basso
Il conte Ivrea, comandante di Brest - tenore
Delmonte, scudiero del finto Stanislao - tenore
Camerieri e cameriere, vassalli del barone

Ambientazione ed epoca:  Castello di Kelbar in Brest. Estate del 1733.


Trama
(Atto I) Al castello si stanno festeggiando le imminenti nozze di Giulietta, figlia del barone di Kelbar, con il tesoriere, il signor La Rocca, e quelle della marchesa del Poggio, nipote del barone, con il conte di Ivrea; inoltre, è ospite del castello Stanislao, re di Polonia. In realtà, non si tratta del vero re, ma del cavaliere di Belfiore che viaggia sotto mentite spoglie per consentire al vero re di giungere incolume a Varsavia. La marchesa, però, riconosce nel finto re il cavaliere da lei amato. Anche Giulietta si lamenta di dover sposare il vecchio tesoriere, mentre ama riamata il nipote di questi, il giovane Edoardo. Il cavaliere di Belfiore vuole convincere La Rocca ad accettare un ministero in Polonia e, affinché non sposi la marchesa, gli propone le nozze con l'illustre principessa Ineska. La Rocca è intenzionato a sottoscrivere le proposte del re e prende tempo per firmare il contratto di nozze che gli sottopone il barone, quindi disdice la promessa di matrimonio, causando le ire del barone, che si placa solamente di fronte alla collera del re. 
(Atto II) il cavaliere di Belfiore, per fare in modo che il barone acconsenta alle nozze di Giulietta con Edoardo, spinge La Rocca ad assegnare al nipote una rendita. Poco dopo, la marchesa incontra il cavaliere e lo prega di rivelarsi per impedire le sue nozze con il conte d'Ivrea, ma le ragioni politiche glielo impediscono. Il finto re è in procinto di partire insieme con il nuovo scudiero Edoardo, quando giunge un dispaccio che annuncia l'arrivo del vero Stanislao a Varsavia e la nomina del cavaliere a maresciallo, permettendo, così, il lieto fine.

Spartito qui.
Libretto in versione web
Qualche info in più qui.


Per il poco successo dell'opera in questione, si hanno poche informazioni nonché curiosità...
perciò a Mercoledì prossimo!




mercoledì 24 aprile 2013

Giovanna d'Arco - Maratona Verdi 2013 - XII

O Scala, addio!

Oggi eccoci giunti al primo dei due appuntamenti di questa settimana con la nostra rubrica dedicata a Verdi.
Partiamo dunque con Giovanna d'Arco, settima opera nel catalogo del compositore.
L'opera in esame è propriamente un dramma lirico in tre atti e prologo, su libretto di Temistocle Solera, il quale trasse ispirazione dal dramma La Pulzella d'Orléans di Friedrich Schiller. Il libretto si presenta drammaturgicamente poco efficace.

La prima si tenne alla Scala di Milano il 15 febbraio 1845.



Storia
Al Teatro Argentina, con I due Foscari, Verdi ottenne un discreto successo; si spostò, successivamente, a Milano e per l'apertura del carnevale del '45 si ebbero I Lombardi  e poi la Giovanna. Il soggetto non piaceva troppo al compositore e sul palcoscenico gli interpreti diedero una prova eccelsa. 
Merelli vendette il libretto a Ricordi senza nemmeno interpellare l'autore e così, a causa di questo ed altri motivi il Maestro decise di dire addio all'ambiente scaligero per ventiquattro anni, dopo i quali tornò con una Forza del Destino rimaneggiata e messa appunto nella sua forma definitiva. 
Dopo sei anni di composizione questa era una delle migliori opere scritte - tra l'altro in pochi mesi - dal genio di Busseto fino a quel momento, ma risultò comunque un grande insuccesso. 
L'opera ha una durata di circa due ore e è ambientata nella Francia del 1429.


Drammatis Personae
Carlo VII, re di Francia - tenore
Giovanna, figlia di Giacomo - soprano
Giacomo, Pastore in Dom-Remi - baritono
Delil, Ufficiale del re - tenore
Talbot, supremo comandante degli inglesi - basso
Ufficiali del Re,Popolo di Remis, Soldati francesi, Soldati inglesi, Spiriti eletti, Spiriti malvagi, Grandi del regno, Araldi, paggi, fanciulle, Deputati, Cavalieri e Dame, Magistrati.

Trama 
Prologo
E’ il 1429. Cittadini e ufficiali di Carlo VII re di Francia temono la disfatta totale nel conflitto con l'Inghilterra: Orléans ancora resiste ma è ormai allo stremo. Sopraggiunge Carlo: afflitto dal pensiero delle sofferenze del suo popolo comunica la sua intenzione di arrendersi al nemico: ha sognato un luogo in mezzo alla foresta in cui si trovava una immagine dipinta della Vergine che gli ordinava dì deporre ai suoi piedi l'elmo e la spada. Gli abitanti del luogo confermano l'esistenza dell'immagine. del sogno in un luogo in mezzo alla foresta frequentato di notte da demoni e streghe. Carlo non vuole credere che dove si trova un'immagine sacra possano incontrarsi anime dannate: vi si recherà al più presto per invocare aiuto dalla Vergine.
Nella selva davanti alla cappella della Vergine Giacomo, padre di Giovanna, è turbato: sua figlia passa in quel luogo molte notti ed egli teme che abbia ceduto l'anima al demonio. Decide di nascondersi in una caverna nei pressi per scoprire la verità. Arriva Giovanna, afflitta per la sorte in cui versa la Francia: essa non chiede altro che poter affrontare il nemico sui campi di battaglia e prega la Vergine di concederle le armi per difendere la propria patria. Dopo la preghiera, la fanciulla si addormenta. Sopraggiunge Carlo che rimane sorpreso nel riconoscere il luogo del sogno. E’ Giovanna che intanto sogna: dapprima un coro di spiriti malvagi la invita a godersi la sua bellezza e gioventù; poi un coro dì anime beate le annuncia che il cielo ha accolto la sua preghiera e le concede le armi per salvare la Francia: ma guai se non manterrà il cuore puro da ogni affetto terreno. Giovanna si desta e riconoscendo il re Carlo lo esorta a non arrendersi al nemico: lo invita quindi a seguirla sui campi di battaglia dove lo porterà alla vittoria.
Giacomo, vedendo i due parlare insieme, si convince che Giovanna, per amore del re, abbia ceduto la sua anima al demonio. Fa per fermarli ma si accascia per il grave dolore.
(atto I) Dopo la tremenda sconfitta inferta dalle truppe francesi guidate di Giovanna, i soldati inglesi esortano il loro comandante Talbot a ordinare la ritirata. Giunge il campo Giacomo quasi impazzito dal dolore: viene a denunciare sua figlia e chiede di combattei e contro Carlo che l'ha sedotta: promette che prima di sera consegnerà Giovanni agli inglesi purché puniscano la sua empietà. Ormai conclusa la sua missione, Giovanna sente la nostalgia dei luoghi dove ha vissuto; decide quindi di partire Ma sopraggiunge Carlo che la trattiene confessandole il suo amore. Giovanna è commossa e dopo una prima resistenza ammette anch'essa il suo amore per lui. Ma voci dal cielo le ricordano il suo destino: deve rinunciare a ogni affetto terreno. Carlo che non ha udito le voci è sorpreso nel vederla turbata e tremante. In quel momento giungono gli ufficiali del re per invitarli a raccogliere gli onori della folla: Carlo sarà incoronato ed egli desidera che sia Giovanna a porre la corona sul suo capo e a condividere la gloria. La fanciulla, non più padrona di se stessa segue Carlo passivamente, in preda al rimorso per la sua colpa. Un coro dì spiriti malvagi che inneggia a Satana e alla sua vittoria sulla purezza, assale l'anima di Giovanna.
(atto II) Il popolo in festa si prepara all’incoronazione cantando le prodezze della vergine guerriera. Il corteo, che accompagna Carlo e Giovanna, entra nella cattedrale di San Dionigi per il sacro rito. Fuori attende Giacomo che, dimentico dell’amore paterno e puro strumento della volontà divina, è pronto ad accusare Giovanna. Uscito il corteo dalla cattedrale, Giacomo vede nel volto turbato della figlia la conferma ai suoi sospetti: si scaglia quindi furibondo contro di lei e l'accusa di empietà davanti al re e al popolo. Giovanna, nonostante Carlo la supplichi di discolparsi, non apre bocca e rinuncia ad ogni difesa. Tuoni e fulmini improvvisi sembrano confermare le accuse di Giacomo: la folla, terrorizzata, già vede in Giovanna una strega. La fanciulla, in lacrime, si getta tra le braccia del padre, che le offre le fiamme del rogo per salvare la sua anima. Carlo dispera di poterla aiutare mentre il popolo, dimentico delle gesta di Giovanna, rinnega l'empia che avrebbe contaminato la gloria della Francia. (atto III) Giovanna, in catene, attende di andare al rogo. Sente i rumori della battaglia che infuria e, ispirata dal cielo, vede quello che accade. Intanto Giacomo entra e si ferma, non visto, a osservare la figlia. Essa vede Carlo circondato dagli Inglesi che stanno per sconfiggerlo: prega Dio di non abbandonarla e gi affida il suo cuore: amò è vero, ma per un solo istante, rimanendo pura. Giacomo che ha udito la sua preghiera, comprende di aver accusato ingiustamente la figlia e accorre a liberarla. Giovanna chiede al padre di benedirla, afferra la spada e corre al campo di battaglia. Giacomo dalla torre la vede in sella ad un bianco destriero salvare il re e guidare l'esercito francese alla riscossa.
Alla torre arriva Carlo, mandato di Giovanna a difendere suo padre; ben presto giunge la notizia che gli Inglesi sono in rotta ma Giovanna è morta. Carlo e Giacomo sono in preda al più grande dolore, quando arriva il corteo funebre che accompagna la salma della vergine. All’improvviso Giovanna apre gli occhi e, come mossa da una forza soprannaturale, si solleva: prende dalle mani di Carlo le insegne dei francesi e dà l'addio alla terra e alla gloria mortale. Non appena l'eroina muore, una luce astrale si diffonde in cielo tra l'esultanza delle anime beate e il tormento degli spiriti malvagi.
(tratta del web)

Analisi, curiosità e guida all'ascolto
Ho trovato un'interessante analisi di quest'opera in questo sito, eccone una parte[, per continuare a leggerla cliccate di seguito].
I debiti nei confronti di Schiller presenti nel libretto di Temistocle Solera sono essenzialmente due: l’accettazione della morte di Giovanna ferita in battaglia (evitando all’eroina l’orrore del rogo con tanti saluti alla verosimiglianza storica, dato che la vera Jeanne Darc morì bruciata viva ad appena 19 anni) e l’inserimento del padre di Giovanna come accusatore implacabile della figlia. Il personaggio dell’inglese Lionel, di cui Giovanna si innamora, viene eliminato, al pari della figura di Agnes Sorel (favorita del re): una scelta che rendeva praticamente obbligatorio inserire l’intreccio amoroso tra i protagonisti rimasti, ovvero la pulzella e il re medesimo. Una volta accettata la palese incongruenza storica (al pari della figura di Giacomo, padre di Giovanna, che passa abbastanza disinvoltamente e allegramente dal campo inglese a quello francese senza incontrare particolari resistenze) bisogna riconoscere che il plot drammaturgico non è privo di una sua rozza efficacia e si comprende come Verdi dovesse essere interessato da alcuni dei punti salienti del dramma:
  • la presenza di una figura femminile eroica e combattente, degna parente di Abigaille in Nabucco (altra donna guerriera), Giselda nei Lombardi alla Prima Crociata ed Elvira nell’Ernani;
Continua a leggere...

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Sulla vita e sulle composizioni di Giuseppe Verdi circolano numerosissime leggende, quindi spesso è difficile distinguere il vero da quello che è stato magari inventato e abbellito per rendere più attraente la biografia: anche su una delle sue opere degli "anni di galera", la Giovanna D'Arco, esiste un racconto di cui si è spesso discusso in merito proprio alla veridicità. Verdi sta infatti tornando da Roma, città in cui ha rappresentato pochi giorni prima I due Foscari. È il 7 novembre del 1844 e il viaggio in carrozza da Roma a Milano si rivelò più difficile del previsto a causa delle condizioni atmosferiche.
Ogni dettaglio venne reso noto da un periodico piuttosto letto a quell'epoca, La Fama. Secondo quest'ultimo, il compositore bussetano era sotto pressione per il molto lavoro da completare e questo elemento, insieme ai pericoli vissuti nell'attraversare l'Appennino Umbro-Marchigiano, gli avevano fornito l'ispirazione per il nuovo dramma lirico che avrebbe rappresentato pochi mesi dopo alla Scala di Milano. Se si ascolta bene questo preludio ci si accorge piuttosto agevolmente degli effetti stereofonici creati ad arte da Verdi, come la prima nota che assomiglia a un tuono che preannuncia un tremendo temporale e i colpi di grancassa che lasciano intuire degli eventi climatici poco piacevoli.

Purtroppo, esiste una smentita ufficiale da parte di Verdi, forse infastidito per i numerosi episodi e aneddoti raccontati sul suo conto già in quel periodo in cui aveva composto appena sei opere: eppure, a questa notizia-racconto si può credere per alcuni validi motivi. Anzitutto, è Emanuele Muzio, fedele collaboratore e unico allievo del bussetano, a raccontare con dovizia di particolari questo fatto ad Antonio Barezzi, benefattore e suocero del musicista, sottolineando chiaramente come l'ispirazione della sinfonia fosse avvenuta proprio in mezzo ai dirupi, aggiungendo una locuzione eloquente, come ben sa. Dunque, anche Barezzi conosceva già l'aneddoto. Inoltre, Verdi leggeva le lettere di Muzio, quindi se avesse voluto cancellare quel riferimento poteva benissimo richiederlo, il suo allievo pendeva direttamente dalle sue labbra.
Un altro valido motivo è il luogo in cui è avvenuta questa ispirazione e in tal caso possono aiutarmi le mie origini. Fin da quando sono nato, infatti, frequento con regolarità (soprattutto d'estate) il confine tra Umbria e Marche, quindi anche questo famoso appennino, dato che ho molti parenti lì. Posso pertanto confermare che la zona è quanto di meno consigliabile valicare soprattutto in autunno inoltrato, quando il tempo è pessimo e la neve comincia a incombere, di conseguenza riesco a immaginare bene i trasporti del 1844, già piuttosto scomodi e faticosi, con in più le difficoltà di una frana (viene menzionata quella presso le Gole del Furlo) e di un temporale. È proprio il caso di dire che quella giornata di tregenda deve essere proprio "benedetta", dato che la sinfonia è uno dei pezzi più apprezzati della Giovanna D'Arco, opera verdiana spesso snobbata per il suo libretto un po' astruso e le trovate sceniche che non convincono del tutto: la musica di Verdi, però, è fiammeggiante e riesce a conquistare con ogni nota, tanto è vero che il compositore non ha esitato ad abbondare con marce, cori interni, processioni e altri effetti musicali. Comunque siano andati i fatti, quando Verdi ritornò a Milano da Roma aveva una ouverture già pronta, o almeno parecchie note che la facessero considerare in una fase molto avanzata.
Sono due i riferimenti di Muzio al viaggio. Quest'ultimo, era arrivato a Milano un'ora prima del bussetano, ma riferirà a Barezzi quanto segue: Il signor Maestro sta bene; ma appena arrivato aveva tutte le sue ossa fracassate, non ne poteva più dalla stanchezza. Il 9 dicembre di quel 1844, poi, ecco che il giovane allievo ritorna a parlare dell'opera: Nessuna Giovanna ha mai avuto musica più filosofica e più bella. La terribile introduzione (ispirazione avvenuta come ben sa in mezzo ai dirupi), il magnifico pezzo "Maledetti cui spinse rea voglia", sono due cose da far trasecolare ogni pover'uomo. Di solito, si è abituati a snobbare racconti così particolari, in quanto si crede che la biografia di un compositore venga abbellita per renderla più accattivante, ma non c'è nulla di male e di bizzarro nel pensare che uno dei geni musicali italiani abbia preso spunto dalla natura per creare una sinfonia che ancora oggi possiamo apprezzare.


Discografia 
1951 Renata Tebaldi, Carlo Bergonzi, Rolando Panerai - Alfredo Simonetto
1951 Renata Tebaldi, Gino Penno, Ugo Savarese - Gabriele Santini
1972 Montserrat Caballé, Placido Domingo, Sherrill Milnes - James Levine
1972 Katia Ricciarelli, Flaviano Labò, Mario Zanasi - Carlo Franci
1974 Katia Ricciarelli, Flaviano Labò, Mario Sereni - Bruno Bartoletti
1990 Susan Dunn, Vincenzo La Scola, Renato Bruson - Riccardo Chailly
1996 June Anderson, Gegam Grigorian, Carlo Guelfi - Eve Queler
2001 Mariella Devia, Ivan Movirov, Franco Vassallo - Nello Santi


Spartito, parti e partitura qui.
Libretto in pdf  qui.  

Documenti
Bozzetti e figurini.
Piccola analisi in formato pdf.
Alessandro Taverna - Traviata d’Orléans



A presto!




 Le foto sono del Festival Verdi 2008 - Teatro Regio di Parma (Coro - Vassileva - Bruson) 



mercoledì 10 aprile 2013

Simon Boccanegra - Maratona Verdi 2013 - XI (II parte)


Ecco la fine della nostra "analisi" del Boccanegra, iniziata mercoledì scorso!

Curiosità
Alcuni giorni dopo l'andata in scena della seconda versione, scrivendo all'amico Opprandino Arrivabene, Verdi osservò che Simon Boccanegra è opera "triste perché dev'essere triste, ma interessa" (è la stessa frase che usa Pestelli per il suo saggio n.d.r.). Nel porre l'accento sulla caratteristica più evidente di quest'opera, la sua tinta scura e malinconica, questo lapidario giudizio solleva un interrogativo di fondo: quali ragioni hanno spinto Verdi a tornare su questa partitura a distanza di decenni, in un momento delicatissimo della sua carriera, per di più interrompendo la composizione di Otello? Le motivazioni sono molteplici e di diversa natura: se da un lato l'operazione si giustifica come una sorta di prova generale volta a saggiare, dopo tanti anni di silenzio, le reazioni del pubblico di fronte alla sua nuova musica, nell'attesa di proporre un'opera originale; dall'altro le parole del musicista lasciano intendere che quest'opera, nonostante l'insuccesso, era rimasta nel suo cuore. Si racconta che Verdi abbia in seguito confidato al nipote Carrara di aver voluto bene al Simon Boccanegra «come si vuol bene al figlio gobbo.»
Simon Boccanegra è una di quelle partiture verdiane – come Macbeth e Don Carlos – che, al di là del loro valore artistico, difficilmente avrebbero potuto aver accesso alla popolarità nel corso dell'Ottocento, in quanto il suo soggetto non ruota intorno ad una grande storia d'amore o ad un infiammato dramma di popoli in lotta per la libertà.
Incentrato su un tema ricorrente nel teatro verdiano - la crisi di un sistema di potere e di affetti familiari - Simon Boccanegra finisce infatti per capovolgere i convenzionali rapporti di forza tra i personaggi: non solo il protagonista è il baritono, ma il suo vero antagonista non è il tenore (l'innamorato giovane e romantico) bensì il basso, mentre la donna contesa non è l'amante, bensì la figlia dell'uno (Simone) e la nipote dell'altro (Fiesco). Il cuore dell'opera è rappresentato da un intreccio fatale di odii atavici e fraintendimenti, in una cronica impossibilità di intendersi e comunicare. Le passioni torbide e irrisolte che animano quest'opera buia, complessa e tormentata, sono destinate a sciogliersi solo dopo che l'inesorabile trascorrere del tempo ne ha levigato l'asprezza, ovvero con l'approssimarsi della morte. Tra il prologo e i tre atti trascorrono ben venticinque anni, ed è suggestivo raffrontare questo scarto temporale con il lasso di tempo - ventiquattro anni: dal 1857 al 1881 - che separò nella realtà la nascita delle due versioni: si direbbe che lo stesso Verdi, per trovare il vero senso di questo dramma, abbia avuto bisogno di riconsiderarlo con uno sguardo retrospettivo, quello stesso sguardo che domina l'atto conclusivo dell'opera e lo rende così umanamente struggente.
Se dal punto di vista drammaturgico la modifica più importante introdotta dalla versione 1881 riguarda il quadro che chiude il primo atto, composto ex novo e destinato a diventare la scena più intensa e spettacolare dell'opera, sul piano poetico appaiono non meno determinanti i cambiamenti alla prima parte del prologo e, in particolare, l'aggiunta di quel breve ma straordinario preludio il cui motivo principale – «una cellula drammatico–narrativa a vite perpetua», come la definisce Massimo Mila – sembra far scaturire il dramma dalle brume della memoria, dando piena evidenza musicale all'idea fondamentale del trascorrere del tempo.
Il colore complessivamente severo deriva sia dal largo impiego di uno stile vocale tra il declamato e l'arioso (quanto a dire dall'assenza di motivi orecchiabili: a nessuna delle arie è toccato in sorte di entrare a pieno titolo nel repertorio concertistico), sia dal predominio delle voci gravi e virili (Simone, Fiesco, ma anche i congiurati Paolo e Pietro, e lo stesso coro, per lo più maschile), cui si contrappone una sola voce femminile: quella luminosa e calda del soprano lirico che interpreta il ruolo di Amelia, la giovane donna tenera e gentile, coinvolta suo malgrado nel dramma esistenziale e politico degli uomini che l'amano e ne fanno oggetto delle loro contese.
Il protagonista, un plebeo dall'animo nobile provato in gioventù da un atroce dolore, canta nel registro vocale più caro a Verdi, quello di baritono. Il suo nemico, l'inesorabile patrizio Jacopo Fieschi - una figura di padre-padrone ricorrente spesso nel teatro verdiano, da Zaccaria (Nabucco) a Rigoletto, da Giorgio Germont (La traviata) ad Amonasro (Aida), da Filippo II (Don Carlos) al Marchese di Calatrava (La forza del destino) - in quello di basso.
Più sullo sfondo si staglia la coppia degli innamorati, costituita da Amelia e Gabriele Adorno, il giovane patrizio dall'animo ardente ma leale (tenore). La loro limpida storia d'amore ha la funzione di creare un contrasto con le torbide, inespresse passioni, incancrenite dal tempo, che tormentano gli animi dei due antagonisti, segnalando in tal modo la distanza generazionale che sussiste fra i due mondi. Quest'opera cupa e triste si conclude infatti con un lutto compensato dalla promessa di un tempo migliore e con un messaggio di pace e d'amore: simile ad un passaggio di testimone, la morte di Simone coincide con la promessa di nozze degli innamorati e con l'elezione a Doge di Gabriele, cosicché il momento della riconciliazione nasce catarticamente da quello della sofferenza.
Illuminante per comprendere il senso del lungo travaglio e dell'inutile odio che distrugge la vita di Simone e di Fiesco è il peso che Paolo Albiani, il congiurato (un altro baritono) viene ad assumere per effetto della revisione 1881, soprattutto sotto la spinta di Boito, fatalmente attratto verso personaggi mefistofelici. Non è un caso che proprio la condanna a morte di Paolo, il simbolo stesso del male, e la sua definitiva uscita di scena preceda immediatamente il grande duetto della riconciliazione.
Musicalmente la partitura risente inevitabilmente degli anni che trascorrono tra la prima e la seconda versione e delle esperienze umane ed artistiche del suo autore. Le parti nuove sono facilmente riconoscibili e presentano una finezza di scrittura ed una brillantezza ritmica e timbrica lontane dallo stile disadorno e un po' monocorde dell'opera del 1857. La tinta ombrosa che caratterizza la prima versione permane anche nella seconda, ma attraversata da lampi sinistri che, nella terribile scena della maledizione che chiude il primo atto, arrivano a coagularsi in effetti espressionisti.
Opera avara di grandi arie, Simon Boccanegra si fa invece apprezzare per una straordinaria aderenza della musica al dramma, già riscontrabile nella versione originale ma notevolmente accresciuta dalla revisione, che elimina i brani più convenzionali e trasforma alcuni recitativi in moderni declamati melodici. Unica pecca dell'opera - è stato detto - è la presenza di un secondo atto che, per ragioni di struttura narrativa, Verdi non ha potuto rielaborare se non in minima parte e che, nella sua brevità, schiacciato com'è tra la grandiosità della scena finale del primo atto e la commovente tragicità del terzo, ha quasi l'aspetto di una parentesi e di un ritorno al Verdi più convenzionale. Ma anche qui, la qualità della musica e la sintesi drammatica sono tali da giustificare la piena riabilitazione che la critica ha ormai accordato a questa partitura intensa e sottile, che, tra le altre cose, ha il merito di offrirci uno dei ritratti più autentici dell'uomo Verdi: pessimista, scuro ma – come la sua opera – sempre umano e profondo.

Simone Boccanegra




C’è una piazzetta nei caruggi, lì c’era la sua casa.
E lì c’è una una targa a ricordo del suo illustre abitante: Simone Boccanegra, il primo Doge della Superba.
Altre info e foto qui.


Incisioni discografiche 
Trovate due versioni della discografia, migliori di quella che vi propongo, tra i documenti che vi ho allegato.

Versione del 1881 
1939 Lawrence Tibbett, Elisabeth Rethberg, Giovanni Martinelli, Ezio Pinza - Ettore Panizza 
1951 Paolo Silveri, Antonietta Stella, Carlo Bergonzi, Mario Petri -  Francesco Molinari-Pradelli
1957 Tito Gobbi, Boris Christoff, Victoria de Los Angeles, Giuseppe Campora - Gabriele Santini
1958 Tito Gobbi, Leyla Gencer, Mirto Picchi, Ferruccio Mazzoli - Mario Rossi
1961 Frank Guarrera, Giorgio Tozzi, Renata Tebaldi, Richard Tucker - Nino Verchi
1976 Piero Cappuccilli, Katia Ricciarelli, Giorgio Merighi, Nicolai Ghiaurov - Oliviero de Fabritiis
1973 Piero Cappuccilli, Ruggero Raimondi, Katia Ricciarelli, Plácido Domingo - Gianandrea Gavazzeni
1977 Piero Cappuccilli, Nicolaj Ghiaurov, Mirella Freni, José Carreras - Claudio Abbado
1984 Sherrill Milnes, Paul Plishka, Anna Tomowa-Sintow, Vasile Moldoveanu - James Levine
1987 Piero Cappuccilli, Ruggero Raimondi, Katia Ricciarelli, Placido Domingo - Gianandrea Gavazzeni
1988 Leo Nucci, Paata Burchuladze, Kiri Te Kanawa, Giacomo Aragall - Georg Solti
1995 Vladimir Chernov, Dame Kiri Te Kanawa, Plácido Domingo, Robert Lloyd - James Levine
2010 Placido Domingo, Adrianne Pieczonka, Marcello Giordani, James Morris - James Levine


Versione originale
1975 Sesto Bruscantini, Josella Ligi, Andre Turp, Gwynne Howell - John Matheson 
1999 Vitorio Vitelli, Annalisa Raspagliosi, Warren Mok, Francesco Ellero d'Artegna - Renato Palumbo 


Spartito, parti e partiture qui. L'opera è edita in Italia da Ricordi.
Libretto in versione web o pdf o nei nostri file.

Approfondimenti:
Saggio di Giorgio Pestelli
Saggio di Daniela Goldin Folena
Saggio di Alessandro Taverna
Analisi musicale di Gilles de Van
Discografia di Giuseppe Rossi
Appunti per una discografia di Giuseppe Rossi
Programma di sala del Teatro La Fenice di Venezia
Programma di sala del Teatro Lirico Verdi di Trieste



A presto con la prossima opera!
Giorgia



mercoledì 3 aprile 2013

Simon Boccanegra - Maratona Verdi 2013 - XI

Sublime questo sentimento d'una patria italiana a quell'epoca!


[Così il nostro compatriota scriveva a Ricordi in una lettera del 20 Novembre 1880, quando era impegnato nel rifacimento dell'opera in questione].  

Complessa e lunga la vicenda di Simon Boccanegra, sia dal punto di vista storico-biografico sia dal punto di vista narrativo e della trama.

Devo dire che tengo molto a quest'opera, perché siamo un blog che nasce con la volontà di rivalutare Genova, e questa è proprio un'opera che tratta della nostra Superba.

Vi racconterò anche un aneddoto personale: due anni fa sono andata in Argentina e proprio in quel momento - era estate per noi, ovvero inverno per loro - il Colon, famoso teatro dell'opera di Buenos Aires, metteva in scena il Simone! Disgraziatamente però non sono riuscita a procurarmi un biglietto in tempo... non sapete quanto mi sia dispiaciuto non potervi assistere! Beh, in compenso mi sono gustata un ottimo III (Concerto per pianoforte e orchestra) di Beethoven!
Ebbene, inziamo con la storia ed alcune curiosità!

Storia
Premessa: l'opera ha due versioni, la prima, per Venezia, su libretto di Francesco Maria Piave (con modifiche di Giuseppe Montanelli*) e la seconda, per Milano, con variazioni al libretto di Arrigo Boito; non bisogna comunque dimenticarsi della forte influenza del compositore durante la stesura del libretto - per dirla con Mioli potremmo definirlo un libretto a sei, se non otto, mani poetiche.

[* ecco come Verdi liquida il librettista dopo le modifiche apportate da Montanelli a Parigi: Eccoti il libretto accorciato e ridotto presso a poco come deve essere. Come ti dissi in altra mia, tu devi mettere o no il tuo nome. Se quanto è avvenuto ti spiace, a me spiace pure, e forse più di te, ma non posso dirti altro che "era una necessità.]

La prima prima si tenne al Teatro la Fenice (di Venezia per l'appunto) nel 1857, la prima con testo adattato invece, si tenne al Teatro alla Scala (di Milano) nel 1881.

1885, La Fenice vuole un'altra opera, il contratto verrà firmato solo un anno dopo. Verdi ha già chiaro il soggetto: Simon Boccanegra, tratto dal dramma di Antonio García Gutiérrez - stesso autore di Trovatore -  Venezia fu un completo insuccesso, tanto che lui stesso affermò di sentirla "monotona e fredda" e sempre lui decise di toglierla dalle scene per più di vent'anni dalla prima rappresentazione, quando l'amico e suo editore Giovanni Ricordi - e chisennnoooo? - gli suggerisce di ripensare al genovese Boccanegra.
La "riedizione" si svolse nel periodo in cui il compositore aveva già scritto Aida ed il Requiem, con progetti per l'Otello, per il rifacimento dello Stiffelio (Aroldo), progettazione Re Lear e composizione della Battaglia di Legnano.

Sembra, comunque che il rifacimento abbia impegnato Verdi per poco più di sei settimane, si preoccupava sopratutto del finale del primo atto. Le modifiche stanno nella revisione del primo atto, per il quale Verdi viene ispirato da due lettere di Francesco Petrarca, una indirizzata al Doge di Genova e l’altra a quello di Venezia, che condannavano le lotte fratricide tra le due Repubbliche. Rifacendosi a una verità storica e mischiando così verità scenica e storia la lettera di Petrarca comparirà non solo nel testo del libretto, ma anche sulla scena.



Boccanegra in breve da Enciclopedia Treccani 
Boccanégra, Simone. - Primo doge di Genova (m. il 14 marzo 1363); eletto dal popolo il 23 sett. 1339, fu confermato dal parlamento che decise però l'istituzione presso il doge di un consiglio di quindici popolani, l'esclusione dei nobili dal dogato e dei guelfi da ogni ufficio pubblico. B. tentò di pacificare gli animi, ma poiché i nobili avevano ottenuto di entrare nel consiglio in pari numero coi popolani, fu costretto a rinunciare al dogato (23 dic. 1344). Ritiratosi a Pisa, dopo che il terzo doge Giovanni di Valente ebbe consegnato la Repubblica ai Visconti (1353), il B., fingendosi loro amico, riuscì con l'appoggio di questi a rientrare a Genova. Riassunto il dogato (15nov. 1356), governò con fermezza contrastando le mene dei nobili. Morì, secondo la tradizione, avvelenato in un banchetto.



Drammatis Personae 
Simon Boccanegra, corsaro al servizio della Repubblica genovese, poi primo Doge di Genova - baritono
Jacopo Fiesco, nobile genovese; poi sotto il nome di Andrea Grimaldi - basso
Maria Boccanegra, figlia di Simone, sotto il nome di Amelia Grimaldi - soprano
Gabriele Adorno, gentiluomo genovese - tenore
Paolo Albiani, filatore d'oro, genovese, poi primo Doge di Genova, poi cortigiano favorito del Doge - baritono
Pietro, popolano di Genova; poi cortigiano - basso
Capitano dei balestrieri - tenore
Un'ancella di Amelia

Ambientazione: Genova - XIV sec. 
Durata: 2 ore e 30 min. 


















Trama
Prologo - Piazza di Genova. Nel fondo la chiesa di San Lorenzo, a destra il palazzo dei Fieschi. Notte. I genovesi Paolo Albiani orefice e Pietro popolano, in odio ai patrizi decidono di eleggere doge, e se occorre con la violenza, Simon Boccanegra, "corsaro al servizio della Repubblica". Simone accetta con la speranza di strappare all' "empio ostello" dei Fieschi la donna che vi geme prigioniera e che egli ha amato avendone una bimba, di cui nulla sa dopo la sua misteriosa scomparso. La donna è una Fieschi figlia di Jacopo, che ha disonorato la famiglia: da ciò la sua segregazione. Tornata deserta la piazza, il nobile Jacopo Fiesco esce dal palazzo dove la figlia peccatrice è morta. S'incontra con Simone, cui rimprovera l'oltraggio ma tace la sciagura. Simone chiede inutilmente perdono: lo otterrebbe soltanto a patto ch'egli consegnasse al Fiesco il frutto del suo amore con la patrizia; ma egli non può, egli crede perduto quel frutto dopo la sua scomparsa. Jacopo lo lascia solo e Simone, tentato di vedere la donna amata e prigioniera, entra nel palazzo. La trova cadavere. In quella Paolo, Pietro e il "popolo d'ambo i sessi con fiaccole accese", irrompono nella piazza acclamando Simone doge . "Una tomba ... ", grida questi. "Un trono! ... ", risponde Paolo. "Doge Simon? ... m'arde l'inferno in petto!", commento il Fiesco.
( I Atto) Giardino dei Grimaldi fuori Genova, di fronte al mare. Spunta l'aurora. Amelia Grimaldi, sotto il cui nome si nasconde la figlia naturale di Simone, Maria Boccanegra, si trova segretamente con il fidanzato Gabriele Adorno, qentiluomo genovese che ha per rivale d'amore Paolo Albiani. Già nel duetto che ne segue è fatto cenno velatamente alla congiura dei patrizi genovesi, tra cui sono Gabriele Adorno e Jacopo Fiesco, celato questo sotto il nome di Andrea, intesi ad abbattere Simone. Ma arriva il popolano Pietro che annuncia una imminente visita del doge in casa Grimaldi. Gabriele è interdetto. Amelia gli comunica che la visita ha il solo scopo di chiedere "sua destra" per altro favorito dogale e lo invita a farsi avanti per tempo. Va Gabriele in cerca di Andrea (Jacopo Fiesco), mentre Amelia rientra a palazzo; e subito lo incontra e qli chiede di consentire al matrimonio suo con Amelia. Andrea consente, spiegando però che "alto mistero sulla vergine incombe", e che Amelia non è una Grimaldi bensì un'orfana d'umili origini. Ma "ecco il Doge: partiam". Ora sono in giardino il doge e Paolo col seguito. Il doge avvicina Amelia promettendo pace ai nemici Grimaldi patrizi e auspicando all'unione dell'ospite gentile con Paolo Albiani. Dalle confidenze di Amelia, che egli dice non essere una Grimaldi ma un'orfana, e dal ritratto d'una donna che già aveva in custodia la fanciulla sulla marina di Pisa, egli scopre in lei la figlia scomparsa venticinque anni prima. Si abbracciano commossi. A Paolo, sopraggiunto quando la fanciulla è rientrata nelle stanze, impone di rinunziare a ogni speranza, poi segue la figlia ritrovata. Paolo e Pietro progettano allora di rapire Amelia e di nasconderla nell'abitazione di Lorenzino usuriere. Le ultime scene si svolgono nella sala del Consiglio del Palazzo degli Abati. Dal seggio ducale, alla presenza dei consiglieri, Simone tratta degli affari di Stato quando s'ode un crescente rumore di tumulto dalla piazza dei Fieschi. Tra grida di viva e morte al doge, irrompe il popolo trascinando seco Gabriele e Andrea, i quali avevano ucciso l'usuriere Lorenzino ritenuto colpevole d'aver rapito Amelia. Prima di morire Lorenzino stava svelando il nome dell'uomo "possente" che l'aveva spinto al crimine. Gabriele pensa si tratti non di Paolo, ma dello stesso doge, e accusandolo di ratto cerca di colpirlo col pugnale. Amelia, che nel frattempo è riuscita a fuggire, entra in quel punto e si interpone dichiarando l'innocenza di Simone e invocando da lui il perdono di Gabriele. Paolo, ancora insospettato, salvo che da Amelia, medita nuove vendette.
(II Atto) Stanza del doge nel palazzo ducale. Andrea e Gabriele, prigionieri per una notte, vengono tratti alla presenza di Paolo, che confida loro di odiare a sua volta il "tiranno" e propone a entrambi di trucidarlo. Il Fiesco rifiuta e ritorna in carcere. L'Adorno si trattiene. A lui Paolo dice che anche Amelia è nel palazzo e "del vegliardo è segno alle infami dilettanze". Duro scontro tra Gabriele ed Amelia che, accusata dal giovane, non può svelare il segreto della paternità di Simone. Il quale entra mentre Gabriele si nasconde sul poggiolo e assiste di là, furiosamente ingelostio, a un episodio di tenerezza tra Amelia e il padre, cui "ardon le fauci" (ma questa è una variante di Boito) al pensiero che la figlia ami il traditore suo. Poi Simone s'addormenta e per la seconda volta Adorno, uscito dal nascondiglio, tenta di pugnalarlo. Ancora si interpone Amelia e finalmente il doge - era tempo - confessa a Gabriele Adorno d'essere genitore alla fanciulla. Fuori continua la sommossa.
(III Atto) Interno del palazzo ducale. Viene ridata libertà al Fiesco ma è tratto in catene Paolo, condannato al supplizio perché colto tra i rivoltosi con l'armi in pugno. Un coro dall'interno indica che si stanno celebrando le nozze di Amelia e Gabriele. Paolo freme ma sa che la vendetta non tarderò a venire poiché egli ha fatto in tempo ad avvelenare Simone. In un successivo colloquio tra il Fiesco e Simone, questi rivela che Amelia Grimaldi, l'orfanella, è in realtà Maria Boccanegra, la figlia della Fiesco da lui amata in gioventù. Jacopo trasalisce, desolato di perdonare troppo tardi all'antico seduttore della sua creatura. Nell'ultima scena, con intervento degli sposi novelli, Simone muore, dopo avere additato nello Adorno il successore. Maria Fieschi Boccanegra Adorno piange insieme, doppiamente intenerita, la morte del padre e la scoperta del nonno paterno. "Lenti e gravi tocchi di campana. Tutti s'inginocchiano.

















Ci vediamo mercoledì prossimo con la seconda parte! ù
Giorgia

venerdì 15 marzo 2013

qui nei pressi... - 3 [Musica]

I genovesi Blue Beat - un tributo con stile


Formazione genovese attiva dal 2008, i Blue Beat sono un quartetto di giovani musicisti che, nonostante la quasi 'tenera' età dei suoi componenti (i tre chitarristi sono nati nel 1992, la cantante nel 1993), contano già una discreta produzione di cover, arrangiamenti originali e brani inediti oltre che numerose partecipazioni a eventi di rilievo nel genovese, fino a raggiungere il primo posto nel talent show tenutosi al teatro Politeama Genovese nel 2010.A tali esperienze come gruppo, si somma inoltre la preparazione musicale dei singoli componenti, fatta di studi approfonditi e duraturi, che non passa inosservata se si ascolta la produzione musicale dei Blue Beat.
Genovese come uno dei loro massimi ispiratori, Fabrizio De André, questa band risente pesantemente dell'influenza dello stile sobrio e quasi 'intimo' del noto cantautore, e non teme affatto l'idea di riproporre direttamente brani da lui composti, ma pur partendo chiaramente da questa base ben definita, anche nella composizione di brani propri, è capace di non arrestarsi all'interno dei canoni che tale stile richiede, aggiungendo con coraggio la propria impronta. Tutto ciò rende sicuramente i Blue Beat un'interessantissima realtà che – a ragione – cerca di affermarsi all'interno della scena italiana, e che possiede certamente le caratteristiche per farlo.
Tra gli elementi interessanti presentati dalla band, spicca senza dubbio la scelta di comporre brani che comprendono per la maggior parte chitarre – acustiche e elettrica – e voce; la sezione ritmica è sottolineata in alcuni brani, come 'Il Sogno di ieri' e 'Non ti conosco', da leggere percussioni, anche se il ruolo decisivo è sempre assegnato alla chitarra acustica, sia che si tratti di delineare la melodia principale, sia che essa debba invece mantenere 'vivo' il ritmo del brano. Sebbene possa sembrare a prima vista una costruzione dei brani un po' debole e poco incisiva, le parti di chitarra denotano con chiarezza la grande attenzione che viene riservata alla composizione delle tracce: arpeggi eseguiti perfettamente si accompagnano a delicati pezzi solisti della chitarra elettrica, che non sovrasta mai i suoni degli altri strumenti e della voce. E' proprio la voce l'altra grande protagonista della musica deiBlue Beat, utilizzata come vero e proprio strumento aggiuntivo: sia il cantato femminile che quello maschile sono sviluppati ed eseguiti con cura, e garantiscono un decisivo apporto all'insieme. La voce femminile, in particolare, è capace di fraseggi articolati e ben riusciti che colpiscono l'ascoltatore fin dal primo approccio con questa musica. 
(di Alice Bevilacqua - su genovaindierock)


Rigoletto al Teatro Carlo Felice

Con alcuni giorni di ritardo, giungo a parlare del Rigoletto, opera di Verdi che avevo già ascoltato e che mi piacque molto, finalmente ho avuto l’occasione di vederla dal vivo a teatro.
Il libretto di Piave, tratto dal dramma di Victor Hugo “Il re si diverte”, è notevole, contiene dei momenti molto alti, il profilo psicologico dei personaggi è scavato in profondità, le amorevoli parole che Rigoletto dice a sua figlia Gilda bastano a comprendere il cambiamento totale di prospettiva rispetto ad altre opere verdiane: “Culto, famiglia patria, il mio universo è in te!”

Il protagonista dell’opera non è un eroe, ma per la prima volta, un buffone, un deforme. Tutta l’opera si gioca sul grande tema del disprezzo, e della vendetta, che qui assume contorni veramente tragici: c’è il tema del ressentiment, la critica sociale alla vita libertina della corte, la dicotomia tra apparenza (la deformità che Rigoletto è costretto ad usare come un mestiere) e realtà (la vera natura di padre buono che si svela non appena Rigoletto entra tra le mura di casa): “Non dover, non poter altro che ridere! Il retaggio d’ogni uom m’è tolto: il pianto! [...] Se iniquo son, per cagion vostra è solo, ma in altro uom qui mi cangio!”

Il tutto viene mischiato con grande tensione drammatica: come dimenticare il bellissimo tema della maledizione e le imprecazioni di Rigoletto, che tornano a ricordare come un pendolo maledetto il destino malefico che aleggia sulla vicenda?

Oltre la tragedia e il dramma, la grande suspence della trama, specie nel terzo atto, con la straordinaria resa artistica del temporale (un anticipo di espressionismo o romanticismo allo stato puro?), unita allo squallido realismo della coppia “cattiva” (Sparafucile e Maddalena) che rende magnifica l’atmosfera del terzo atto.

Infine, la presenza leggera e leggiadra di Gilda, così come la leggerezza astuta del Duca, impediscono all’opera di cadere nella pesantezza, regalandoci momenti di incantevole grazia.

E’ da notare come il profilo psicologico di tutti i personaggi sia scavato alla perfezione: non solamente la straordinaria figura di Rigoletto. Anche i cosiddetti “antagonisti” (che non sono in realtà tali, perché Rigoletto in fondo non è altro che un committente di un omicidio, e anche quest’aspetto originale rende l’opera unica) non restano prigionieri del cliché.
Il Duca sembra essere un semplice don giovanni, eppure dalla sua celebre canzone traspare una sorta di regola di prudenza che lo costringe a comportarsi così (“La donna è mobile, qual piuma al vento, muta d’accento e di pensier. Sempre un amabile leggiadro viso, in pianto e riso è menzogner. E’ sempre misero chi a lei s’affida, chi le confida, mal cauto il cor! Pur mai non sentesi felice appieno chi su quel seno non liba amor”). Inoltre, aggiungo io, sulla mancanza di pensiero delle donne, il sacrificio senza senso della povera Gilda pare proprio dare ragione al Duca!
Sparafucile nonostante sia un vero criminale, ha una sua etica (“Uccider quel gobbo! Che diavol dicesti? Un ladro son forse? Son forse un bandito? Qual altro cliente da me fu tradito? Mi paga quest’uomo, fedele m’avrà”) , e la bella Maddalena, che probabilmente è una donna dai facili costumi, riesce a provare un grande sentimento di pietà per il Duca, che sarà poi all’origine dell’omicidio di Gilda e del tragico finale.

Finale dove, ancora una volta, torna il tema della maledizione: nel Rigoletto non c’è scampo, non c’è speranza, in questa vicenda di sentimenti bassi e profondamente umani come la vendetta, il disprezzo, la seduzione e l’innamoramento.
Le melodie di Verdi sono davvero stupende, avevo già postato tempo fa il duetto tra Sparafucile e Rigoletto, ma non posso non ripresentarlo, qui è condensata tutta la bellezza del Rigoletto: il tema cupo della maledizione, la leggerezza delle melodie, la straordinaria concretezza del dialogo, e in assoluto uno dei più bei duetti baritono-basso.
di Cavaradossi


Traviata” al Regio di Torino



Piero Pretti (Alfredo) e Patrizia Ciofi (Violetta). Foto Ramella&Giannese

Solo quattro le recite, fuori abbonamento, per Traviata, al Regio di Torino (dal 5 al 13 marzo). Per l’occasione è stato ripreso l’allestimento per la regia di Laurent Pelly in co-produzione con il Santa Fe Opera Festival che (diretta da Noseda) inaugurò la stagione 2009-10 e venne portata con successo a Tokyo. Traviata – si sa – è l’opera che fa più opera, il melodramma per antonomasia, l’opera in assoluto più rappresentata nel mondo (chi non ricorda le immagini finali di Pretty Woman con la bella Julia Roberts rosso vestita), insomma uno di quei titoli intramontabili che, da soli, garantiscono il tutto esaurito: e non a caso è così in questi giorni a Torino, teatro gremitissimo e gran successo con pubblico esultante a fine serata. Sul podio l’ottimo Corrado Rovaris (direttore dal 2005 della Philadelphia Opera Company) del quale si è molto apprezzata la concertazione attenta e scrupolosa, i tempi giusti, i bei fraseggi fin dal Preludio striato di mestizia e poi via via incalzante. Rovaris ha saputo conferire pathos e drammaticità dove occorre (memorabile il finale), ma anche la giusta scioltezza alle scene d’insieme (bene il dinamismo del primo atto) e delicatezze estreme per i momenti intimistici e introspettivi. Lettura equilibrata con momenti di vera emozione. L’orchestra lo segue assai bene e così pure il coro (istruito da Claudio Fenoglio), salvo occasionali incertezze ritmiche (ad esempio nel brindisi, quanto meno la sera dell’8).

Violetta, abbigliata in modo curioso (una Violetta in camporella, suggeriva qualche malizioso), scalza, con pantaloni e camicia, pare più protagonista di Fanciulla del West e finisce per scrivere la sua lettera accovacciata su un masso

Nel cast ha primeggiato il soprano Patrizia Ciofi (assidua al Regio negli anni) nel ruolo di Violetta, facendosi ammirare sia per l’eccellente interpretazione vocale, così pure per la superba prova sul piano scenico. La Ciofi è capace di delicati pianissimi, suoni morbidi e vellutati, ma sa anche dare corpo alle mille screziature psicologiche richieste al personaggio, e la scena finale, in particolare, ha innescato notevoli emozioni. Un vero trionfo, insomma, salutato da applausi vivissimi e meritati in toto. Il tenore Piero Pretti ha voce incisiva ed aitante; sicché di Alfredo Germont ha dato un’interpretazione esuberante (talora un po’ sopra le righe), strappando consensi convinti in vari momenti. Ottimo il baritono Nicola Alaimo nel ruolo del padre Giorgio Germont, ha dizione chiarissima, autorevolezza sia vocale sia scenica, assai applaudito ed apprezzato per la statura morale conferita al personaggio sbozzato con un’interpretazione ineccepibile. Nel cast meritano un plauso speciale l’Annina di Francesca Rotondo dall’incisiva, partecipe e commovente interpretazione, il Gastone di Enrico Iviglia (tenore astigiano dalle ottime qualità tuttora in ulteriore crescita); Silvia Beltrami ha dato voce a Flora, mentre Paolo Maria Orecchia impersona il barone Douphol e Scott Johnson il marchese D’Obigny. Da menzionare i validi ballerini Simona Tosco e Luca Martini (ancorché la regia li collochi in un contesto un poco fuori misura, ma non è colpa loro).

Ed ora la regia di Pelly che firma anche i costumi (regia ripresa da Anna Maria Abruzzese). Continua a destare perplessità, a partire dal Preludio a scena aperta con ‘passaggio di funerale’ in una Parigi piovosa, lugubre e umida: idea non certo nuova e un po’ troppo didascalica, sia pure in sintonia per così dire con Dumas. Se l’idea può apparire valida al fine di sottolineare la valenza anticipatrice dello stesso Preludio, vera sintesi sonora del tragico epilogo e tutti sanno come ‘va a finire’, per altri versi può anche distrarre dalla partitura stessa.


Sulla Scala un olandese che vola basso

Una regìa più ridicola che velleitaria; una compagnia di canto tendente al mediocre; un podio francamente deludente. Così questo Olandese abbassa ancora la media dei voti della Scala in questa stagione che doveva essere di livello storico…

Andreas Homoki, ahilui, non può nemmeno accampare la scusa di essere un giapponese che non conosce bene il tedesco (smile!) per giustificare le sciocchezze della sua regìa. Lui è un intelligentissimo crucco di origine controllata e garantita e oggi è addirittura il Lissner del Teatro dell’Opera di Zurigo (al che ho realizzato quale immensa fortuna abbiamo noi milanesi ad avere un soprintendente che non si diletta – perlomeno ancora – di regìa…)

Il suo soggetto è a dir poco sconvolgente e meriterebbe di vincere premi letterari in quantità industriale. C’è dentro di tutto: un po’ di Conte di Montecristo, poi l’epopea del capitalismo, forse anche lo spread; la crisi del colonialismo e persino l’avvento diBokassa (smile!)

Il problema non sta certo nell’ambientare la vicenda in qualche sede londinese di società di trading: quanto poco, anzi nulla, a Wagner importasse dove la vicenda materiale si svolge lo testimonia il fatto che cambiò lui per primo l’ambientazione, spostandola dalla Scozia (teatro dell’azione nei racconti che ispirarono l’opera) alla Norvegia (forse in ricordo della personale esperienza colà vissuta sul barcone Thetis).

Invece il problema sta nella società che il regista ci presenta a far da sfondo alla vicenda centrale dell’opera - rappresentata dal rapporto peccato-redenzione, alias Holländer-Senta - e nei personaggi che in questa società si muovono.

Non siamo più in un ambiente sostanzialmente familiare, da economia autarchica, dove i rapporti umani sono improntati a un vago socialismo paesano; dove Daland, per dire, non sarà propriamente uno stinco di santo, ma neanche un bieco e truce capitalista sfruttatore (Dev’essere comico, prescriveva Wagner, come conferma la musica che lo sorregge, perdinci, da tutti bollata come scopiazzatura di Auber, una cosa da donnicciuole o da invertebrati…); dove Mary è la tata di Senta che fa anche da chioccia alle ragazze del paese riunite in casa sua a filare allegramente all’arcolaio, cantando simpatiche filastrocche. Insomma, un ambiente magari fin troppo sereno e ricco di arcaica poesia nordica, della quale fanno parte anche i fenomeni naturali più preoccupanti, come gli uragani e le tempeste di mare.

No, invece il regista ci trasporta in pieno sistema capitalistico-colonialistico, quello che si stava consolidando, o cominciava a sperimentare qualche crisi, a fine ‘800; Daland è il CEO di una grande società mercantile con traffici planetari e stuoli di impiegati e impiegate trattati con metodi tayloristici: è un brutale sfruttatore di manodopera e forse anche un trafficante di schiavi negri, almeno a giudicare dalla presenza del personaggio – del tutto inventato! – del servo di colore. Ecco, per il Daland di Homoki ci vorrebbe, come minimo e per restare a Wagner, la musica che caratterizza Hagen, o Klingsor, o Alberich!

Mary è un’acida capufficio di uno stuolo di dattilografe il cui ambiente di lavoro e il cui atteggiamento sono agli antipodi di quelli immaginati da Wagner. Per il quale scenario Homoki avrebbe dovuto casomai propinarci la musica di Nibelheim…
Quanto all’Olandese, piuttosto che un peccatore in cerca di redenzione, qui ci appare come un volgare ricettatore di refurtiva, che cerca di piazzare al capitalista Daland, facendo quindi passare quest’ultimo anche per riciclatore di denaro sporco…

Il regista poi si millanta intelligente e perspicace, mostrandoci un’enorme carta geografica dell’Africa, evidentemente oggetto dei traffici di merci dell’armatore-capitalista Daland. Ora, che l’Africa fosse una meta dell’Olandese, che si era venduto l’anima al diavolo pur di passare il Capo di Buona Speranza, è un’illazione plausibile (quantunque il libretto taccia assolutamente che il Capo fosse proprio quello, lo sappiamo solo dalle storie che ispirarono Wagner – ma non dal principale ispiratore, Heine, attenzione! - per il resto potrebbe pure essere Capo Horn o Capo Passero…) ma mi dice Homoki che centra l’Africa con il povero Daland, che invece al massimo faceva la navetta (smile!) fra Norvegia (o Scozia) e Danimarca? E la trasformazione dello schiavo di colore in Bokassa, con l’Africa che brucia, è proprio la ciliegina su questa improbabile torta!

Gli unici due personaggi che Homoki non sfregia più di tanto sono, a dir il vero e per fortuna nostra, Senta ed Erik: lei una schizofrenica visionaria (il suo mezzo spogliarello è gratuito, ma in fondo non è la cosa peggiore dello spettacolo) e lui un sempliciotto di provincia. Ma è un po’ poco per la verità.

Essendo stato Homoki aiutante di Willy Decker, dal maestro ha preso alcune idee più o meno plausibili o criticabili per la sua messinscena (il Regio di Torino ha aperto la stagione 12-13 proprio con la produzione di Decker, peraltro assai più rispettosa dell’originale, va detto): fra le prime citerei il grande quadro a soggetto marino, sul quale a un certo punto si vede transitare un veliero; fra le seconde la scena del suicidio di Senta.

La cui fine – una auto-fucilata sotto il mento, così come la auto-pugnalata di Decker - è quanto di più lontano, ma proprio agli antipodi, dell’idea di Wagner. Per il quale la donna si sacrifica per l’uomo che sente di dover redimere, e lo fa con un gesto ben preciso: il lanciarsi dalla rupe verso il mare dove l’Olandese si sta allontanando, il che rende anche visivamente l’idea di un estremo tentativo di ricongiungersi a lui, tentativo che sarà (secondo Wagner, manco a dirlo) coronato da successo, come testimoniano le didascalie e soprattutto la musica del finale!

Qui invece noi assistiamo ad un volgare e spregevole gesto suicida, dettato da mera disperazione e follia nichilista. E nulla di nulla ci vien mostrato della redenzione del peccatore!

Ma quando la smetteranno questi registi da strapazzo di pensare di apportare valore aggiunto alle scelte originali di autentici geni, come Wagner?

Sul piano sonoro, più ombre che luci, mi vien da dire.
di daland


Jin Ju


Ottocento • In una premiata registrazione MDG l’interprete cinese propone una non comune lettura di tre note composizioni della letteratura pianistica più amata dal pubblico

Fino a che punto ci si può spingere oggi con l’ausilio (tutt’altro che da poco) di una scintillante tecnica pianistica, riuscendo allo stesso tempo a mantenere lo spirito di un’opera, quella dominante umana ed artistica che la rende attraente oggi come ieri? Non è una domanda nuova e non è tanto meno una domanda oziosa se si tengono in considerazione i sempre più sbandierati prodigi musicali provenienti sovente dall’Oriente, pronti a sbalordire platee più o meno dotte con una padronanza strumentale di tutto rispetto. Eccoci allora di fronte a questa pubblicazione targata MDG che vede protagonista la pianista cinese Jin Ju alle prese con un impegnativo programma diviso fra Beethoven (Appassionata), Czerny (La Ricordanza) e Schubert (Sonata D 958). 
Visitate anche: 8 link alla settimana  in quest'edizione davvero curiosa!



Internazionali

Quaresimal XXIII: Anna Netrebko

Netrebko said in a recent interview: “I cannot hold my voice any more. I tried quite a long time to stay in my repertoire and hold it back. But I don’t see any reason to do that any more, especially since my personality changed as well. I want something else.”

That´s putting it nicely. The “inas and onas” as Bidù Sayao called them would be (have been) her repertoire really. In the meanwhile her voice has become so heavy-weight with a large amount of phlegm and less vocal focus, that she is too heavy for this repertory which vocally would have suited her and vocally inadequate for Verdi or the real spinto repertory. The voice has lost much of its former natural elasticity (not only in regard to agility) and vocal resilience, which she is trying to make up for with considerable muscular effort, but her mainly full-voiced singing tends to sound monotonous and tiresome. Admittedly, the boost she still has in her high notes is remarkable, reminding one of those big notes Freni had in her prime.
di Selma Kurz


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