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venerdì 1 marzo 2013

Coordinate delle Divagazioni


Divagazioni Rossiniane

Alberto Zedda 
Ed. RICORDI
2012

ISBN: 8875929211

Pagine 196
€ 18




Coordinate

L'autore
A. Zedda
Nasce a Milano il 2 gennaio 1928 è un musicista e direttore d'orchestra italiano.
Nel 1957 è il vincitore del Concorso internazionale della RAI per direttori d'orchestra. Da allora lavora per molte istituzioni musicali, in Italia e all'estero, tra cui il Teatro alla Scala, l'Accademia di Santa Cecilia, il Maggio Musicale Fiorentino, Teatro Massimo di Palermo, la RAI stessa.
È stato direttore artistico del Teatro alla Scala di Milano, del Teatro Carlo Felice di Genova ed è ora direttore artistico del Rossini Opera Festival di Pesaro. Ha inciso dischi di musica sinfonica, da camera e operistica. Ha insegnato Storia della Musica all'Università di Urbino.

Descrizione
Un libro sia per musicisti (cantanti, direttori d’orchestra, musicologi) che vi troveranno consigli e riflessioni utili per affrontare il repertorio rossiniano, sia per ascoltatori attratti dal fascino di questo compositore, tanto facile da avvicinare quanto difficile da comprendere.

Questo taccuino di studio e di passione raccoglie eterogenee riflessioni di un musicista che, incontrato fortuitamente Rossini, è rimasto colpito dalla profondità delle sue creazioni musicali e drammaturgiche, tanto da dedicargli gran parte della sua energia. Il libro non è una biografia, né un’analisi tecnico-artistica della produzione rossiniana: è il resoconto di una entusiasmante convivenza con un artista di cui si vuol diffondere il verbo, l’occasione per tradurre una lunga esperienza in suggerimenti utili a intendere e interpretare le sue opere. Per queste caratteristiche è un libro sia per musicisti (cantanti, direttori d’orchestra, musicologi) che vi troveranno consigli e riflessioni utili per affrontare il repertorio rossiniano, sia per ascoltatori attratti dal fascino di questo compositore, tanto facile da avvicinare quanto difficile da comprendere.



Presentazione di Gianfranco Mariotti



Il 9 agosto 2012, Gianfranco Mariotti, Sovrintendente del Rossini Opera Festival, ha presentato 
nella Biblioteca San Giovanni di Pesaro il nuovo libro di Alberto Zedda: “Divagazioni rossiniane” 
(Ricordi, 2012). Su nostra richiesta, il dott. Mariotti ha gentilmente redatto la sua relazione come 
omaggio al nostro Presidente Onorario, e siamo lieti di poterla pubblicare sul nostro sito dedicato a 
Alberto Zedda. Una traduzione tedesca appare su «La Gazzetta», XXII (2012). 

Sappiamo tutti che qualunque opera della creatività umana (un libro, una poesia, un brano musicale, un quadro, una scultura) una volta uscita dalla testa di chi l’ha concepita appartiene al pubblico: un pubblico di lettori, di spettatori, di riguardanti. Per esempio un romanzo, reciso il cordone 
ombelicale che lo legava all’autore, vive poi di vita propria e segue un percorso autonomo. Comprendete dunque il mio imbarazzo quando mi è stato affidato l’incarico di presentare un libro come 
questo che invece, alla lettera, “è” l’autore: una persona, in aggiunta, che conosco bene e alla 
quale mi lega un rapporto antico di fraterna amicizia e con cui condivido da più di trent’anni una 
appassionata avventura rossiniana. Difficile dunque per me trovare l’obiettività e l’equilibrio necessari all’occasione. Comunque, ci proverò. 
La caratteristica di questo libro che salta all’occhio per prima è la disomogeneità. È vero, c’è un indice, all’inizio, che suggerisce tutto il contrario, con una serie di sezioni ben ordinate: c’è una parte 
autobiografica, una che racconta l’incontro con Rossini, un’altra dedicata ai problemi della vocalità 
rossiniana, una ai problemi esecutivi, una a quelli musicologici, una ai consigli ai giovani, una a 
considerazioni sotto forma di saggi su 14 partiture rossiniane. Tuttavia basta una prima lettura per 
rendersi conto che nessuna di queste sezioni è veramente autonoma, anzi esse sfumano l’una 
nell’altra e si intrecciano continuamente. Bisogna dire che l’Autore è perfettamente consapevole 
del problema, se fin dall’inizio prende le distanze ricordando che si tratta – appunto – di 
“divagazioni”, cioè di un taccuino di appunti, di pensieri e considerazioni raccolti in tempi, modi e 
occasioni differenti, e aggiungendo: badate che per questa ragione è possibile che vi imbattiate in 
ripetizioni, disuguaglianze e anche contraddizioni. Tutto chiaro, dunque? No. Così come, a 
proposito delle stranezze di Amleto, Polonio osserva che “c’è del metodo in quella follia”, allo 
stesso modo mi sento di dire che la mancanza di sistematicità di questo libro non dipende solo 
dalla storia, dal caso o dalle circostanze, ma da qualcosa di più profondo e strutturale, che 
appartiene direttamente all’Autore. Insomma: c’è del metodo. In effetti Alberto Zedda appare in 
questo libro, esattamente come nella vita, un uomo a tre dimensioni: quella del direttore 
d’orchestra, quella del musicologo e quella del maestro. Il dato fondamentale è che lui è sempre, 
in ogni momento, queste tre cose insieme. Sarebbe ingiusto, ma anche impossibile, considerare 
Zedda attraverso una sola delle tre categorie: il risultato sarebbe sempre inferiore alla realtà, 
perché lui è costantemente uno e trino ed è questa la sua caratteristica e la sua forza. Alberto è un 
direttore colto, con un ricco background umanistico, ma anche capace di mettere le mani su una 
partitura con la competenza dello specialista; è inoltre un musicologo non burocratico, ma in grado 
di affrontare i problemi del testo musicale con l’esperienza e il buon senso del musicista militante; 
è infine un maestro generoso, disponibile a trasmettere ai giovani, in particolare nell’ambito della 
vocalità belcantistica, le proprie enormi esperienze acquisite nei diversi campi. La inestricabilità di 
queste tre dimensioni si riflette a specchio nelle caratteristiche di questo libro, ed è la ragione vera 
della sua disomogeneità. Se vogliamo fare un esempio paludato, potremmo dire che Zedda somiglia a un artista rinascimentale, curioso di tutto ed eccellente in diverse discipline. Se invece vogliamo limitarci a un esempio più domestico e banale, potremmo paragonarlo a uno sciatore che 
vince tutte le “combinate”… 
Alberto Zedda ama descriversi come un dilettante che però ha saputo ottenere risultati da professionista. È chiaramente una civetteria ma che, come tutti i paradossi, contiene una parte di verità. 
In effetti, se seguiamo il racconto che l’Autore fa delle sue esperienze, vediamo che non siamo 
molto lontani dal vero. Ma sentiamo direttamente le sue parole: 
La mia formazione culturale ha seguito percorsi inconsueti, preferendo alle aule 
dell’Università e del Conservatorio il loggione del Teatro alla Scala e le sale del Piccolo Teatro, della Casa della Cultura, dell’Umanitaria, sedi di entusiasmanti dibattiti che trovavano 
sfogo nelle sessioni jazzistiche del Santa Tecla, negli ozi razionali del Giamaica, nelle gagliarde bevute del Cantinone. […] 
Ho sperimentato di tutto, bruciando ogni esperienza con fervorosa caparbietà: il misticismo religioso, l’esaltazione erotica, la passione per gli scacchi, la recitazione teatrale, il lavoro proletario, la clandestinità ribelle, l’organizzazione politica e sindacale, il dibattito culturale, la ricerca del nuovo, la scoperta dell’antico; il tutto nutrito da letture disordinate e onnivore. Sono dunque un ‘dilettante’ (nel significato etimologico di chi si diletta di ogni esperienza) che ha lottato duramente per conquistare al suo lavoro un rigore professionale inattaccabile. 
Oggettivamente, nessuna delle sue carriere è davvero lineare e segue un percorso canonico di 
studi e di esperienze regolari. Le passioni, gli eventi inattesi, qualche volta il caso, il non accontentarsi di una cosa, il cominciarne un’altra senza portarla a termine, gli impulsi improvvisi, la 
fanno da padroni ma solo in apparenza: i risultati – in tutti i settori – toccano spesso l’eccellenza 
malgrado che l’affastellarsi di molte cose insieme generi sovente sovrapposizioni e confusione. È 
probabilmente un fortissimo egocentrismo che dà un senso a questo apparente disordine. 
All’origine di tutto c’è infatti una spettacolare produzione di energia finalizzata alle proprie passioni, 
ai propri desideri, alle proprie pulsioni. 
Ma vediamo un esempio che a me sembra particolarmente significativo di tutto quanto precede e 
che ricavo dal libro. Com’è noto, nel 1867, un anno prima di morire, Rossini strumentò per grande 
orchestra la Petite Messe Solennelle, composta quattro anni prima per un piccolo organico da camera. Stranamente però il Prélude Réligieux, che nella versione originale è affidato al solo pianoforte, non viene a sua volta orchestrato, ma affidato all’organo, naturalmente un grande organo da 
cattedrale, condizione quest’ultima in realtà spesso difficile da realizzarsi. A questo punto (pag. 
115) Zedda osserva: 
Si viene così a determinare un radicale e imbarazzante contrasto di sonorità: per gli otto minuti del Prélude Réligieux e per i quattro minuti del successivo «Sanctus», destinato alle sole 
voci a cappella, i professori d’orchestra depongono gli strumenti, che riprendono soltanto per 
gli ultimi due numeri […]. Ne deriva uno scompenso sonoro di tale macroscopica intensità da 
compromettere l’intero equilibrio dell’opera, lasciando nell’ascoltatore e nell’interprete un 
vago senso di incompiutezza […]. 
Una delle ragioni che possono aver indotto Rossini a non strumentare il Prélude Réligieux, 
o quantomeno a rimandarne l’orchestrazione ad altro momento, potrebbe risiedere in un problema tecnico. L’esposizione del Prélude è basata su un tema fugato, che nella tradizione 
classica si vorrebbe enunciato da un solo strumento: esclusi taluni archi, nessuno degli strumenti adoperati da Rossini nell’orchestrazione delle sue opere sarebbe stato in grado di 
esporre interamente quel tema, che dall’acuto al grave spazia per una estensione di insolita 
ampiezza. Se non fosse sopravvenuta la morte, il Maestro avrebbe probabilmente trovato il 
modo di ricorrere a qualche Corno di bassetto (o Clarinetto di bassetto) acconciato all’uopo. 
Oggi il Clarinetto basso (e il Saxofono tenore) possono farlo egregiamente, fornendo il colore 
espressivo appropriato a questa pagina sublime. Per questo, dopo anni di esitazione, mi sono 
permesso, in umiltà, di strumentarla, sostituendomi indegnamente a Lui che certo perdonerà 
questo azzardato atto d’amore. 
È dunque Zedda stesso, coraggiosamente ma con buoni argomenti, a strumentare per grande orchestra sinfonica il celestiale Prélude, originariamente lasciato all’organo. Aggiungo che la Petite 
Messe per orchestra è stata poi eseguita a Pesaro, una volta, anche in questa versione, con un risultato suggestivo e convincente. Allora, io mi chiedo e vi chiedo: quale Zedda è in campo in questo episodio: il direttore d’orchestra? il musicista? il musicologo? il concertatore? l’uomo di cultura? 
tutte queste cose insieme? 
Se consideriamo questo libro una testimonianza autentica, un documento di vita (e lo è), allora 
dobbiamo dedurre che al fondo di tutto c’è un nucleo contraddittorio, un ossimoro, un misto di generosità e di egoismo: due categorie da intendersi naturalmente non in senso materiale, ma piuttosto ideale o metafisico. Quanto al primo punto: Alberto ha vissuto e vive un’esistenza generosa, 
contrassegnata dalla disponibilità a dare molto di sé agli altri, in particolare ai giovani artisti come 
questo stesso libro testimonia. Per capire il concetto bisogna averlo visto all’opera nei corsi 
dell’Accademia Rossiniana, averlo sentito investire gli allievi con la sua eloquenza torrenziale e tracimante, volta ad affascinarli, sorprenderli, informarli, correggerli, insultarli, blandirli, illuminarli, 
convincerli… Una vera tempesta, frammista a preziosi consigli tecnici, annotazioni di gusto, osservazioni pertinenti, dalla quale gli allievi escono alla fine rigenerati e diversi, e comunque grati per 
sempre al maestro per l’esperienza formativa indimenticabile vissuta a Pesaro. Sentite al riguardo 
questo brano tratto dal libro:
Non è avvertita a sufficienza l’urgenza di un aggiornamento culturale esteso a campi contigui 
a quelli strettamente collegati alla musica. Senza tale curiosità non è possibile percepire il 
perenne rinnovarsi di valori interpretativi messi in discussione da ogni nuova generazione. I 
critici verificano ogni giorno le tendenze esecutive in atto esaminandole alla lente 
dell’attualità; i musicologi indagano i reperti di ingiustificati oblii e promuovono recuperi, 
suggerendo prassi adeguate a realizzarli; i vocalisti affinano gli strumenti tecnici per fronteggiare le esigenze che quei recuperi comportano; i compositori sfidano l’incomprensione per 
esplorare nuovi linguaggi; gli organizzatori di festival e spettacoli studiano formule di comunicazione che incontrino il favore di un pubblico giovane. L’interprete lirico non può restare al 
margine di tutto ciò, come se questa problematica non lo riguardasse: non sa quanto aiuto 
potrebbe ricavare da quelle esplorazioni, quante idee stimolanti, quanti suggerimenti utili a 
risolvere i suoi rovelli. Perché anche il canto fa parte delle attività dello spirito e come tale 
vive di riflessioni sofferte: sarà una piacevole sorpresa scoprire quante difficoltà si possono 
superare con l’intelligenza e la cultura. 
Quanto all’egoismo di Zedda, si tratta di un atteggiamento basato – certo – sulla centralità del sé e 
su un robusto senso di autostima, ma soprattutto sulla prevalenza e la ingovernabilità del desiderio, unito a una scarsa disponibilità alla rinuncia. Questo volere tutto senza rinunciare a nulla contrasta naturalmente ogni volta con il tempo reale a disposizione, ed è causa di collisioni, sovrapposizioni e inadempienze. Il curioso è che ciò che avviene nelle vicende più importanti si ripete anche 
nelle circostanze più minute e feriali, siano la visita a un museo, un’escursione in luoghi panoramici
e persino un pranzo con molte portate. Ma io vorrei aggiungere un altro esempio, indiretto ma significativo, ed è la invincibile tendenza alla digressione, come forma esemplare dell’egoismo metafisico di Alberto. Ho già detto della sua eloquenza debordante e inarrestabile. Bene, ogni tanto, 
mentre parla, si forma nel suo cervello una parentesi che allude a un piccolo dettaglio. Chiunque 
altro tirerebbe dritto per non perdere il filo: lui no. Lui entra nella parentesi e prosegue fiducioso, 
ma non sempre ritrova la via maestra, anzi, più spesso deraglia e va fuori tema. È un altro esempio, mi pare, della sua indisponibilità a rinunciare persino al più piccolo particolare. 
L’ultima parte del libro è dedicata alle riflessioni dell’uomo di cultura (sempre però uno e trino) attorno a 14 partiture rossiniane. Si tratta di un’autentica miniera di osservazioni stimolanti, che qui
non provo nemmeno a riassumere. Ma una vorrei citarla, riguardante Tancredi, perché ha sorpreso 
perfino me, che pure di questi argomenti ho parlato con Alberto un numero infinito di volte. Com’è 
noto, Tancredi ha due finali: quello originale, lieto, scritto per la prima di Venezia nel 1813, e 
quello tragico, scritto da Rossini nello stesso anno per la ripresa di Ferrara, forse su ispirazione del 
conte Luigi Lechi, che lo ospitava a casa sua. È altrettanto noto che l’opera si avvale di un libretto
contrassegnato dall’assurdità, dove gli innamorati protagonisti, Tancredi e Amenaide, sono vittime 
di un tragico malinteso che non chiariscono mai fino alla fine, pur avendo molte occasioni per farlo. 
Ne deriva un clima malato, da incubo, simile a quei sogni, che tutti facciamo ogni tanto, in cui a 
una situazione assurda ne segue un’altra, e un’altra e un’altra, senza che si arrivi mai a una risoluzione. La storia dice che il finale tragico, inaudito per la scarna sobrietà della scrittura rispetto alle consuetudini dell’epoca, sconcertò il pubblico, proponendogli in luogo del consueto scioglimento 
indolore, una severa rappresentazione della morte attraverso pochi tocchi essenziali in diminuendo, 
vera e propria evaporazione del suono nel silenzio. (Al proposito, Fedele D’Amico scrisse a suo 
tempo mirabilmente nel nostro programma di sala: “pare di ascoltare il costituirsi del silenzio nel 
seno stesso della musica”). Le successive vicende dell’autografo ce le racconta lo stesso Zedda nel 
suo libro. Rossini, preso atto dello sfavore del pubblico, ripristina il finale lieto e abbandona l’altro, 
di cui si perdono le tracce e per un secolo e mezzo viene considerato perduto. Saranno gli eredi di 
Luigi Lechi, all’inizio degli anni 70, a ritrovarlo fra le carte dell’avo e a segnalarlo a Zedda, che generosamente lo consegnerà a Philip Gossett, curatore dell’edizione critica di Tancredi per la Fondazione Rossini. Ciò consentirà al ROF, nel 1982, di mettere in scena l’opera per la prima volta con 
l’inedito finale tragico, anzi, attraverso un espediente di regia, con entrambi i finali in successione 
(e mi si consenta qui di rivendicare la primogenitura di quella bizzarra decisione). È fuor di dubbio 
che per la nostra cultura e i nostri gusti attuali il finale tragico risulti esteticamente più bello, più 
moderno, suggestivo e commovente, e difatti è quello che viene quasi sempre preferito oggi. Rimane irrisolto il problema di una decisione di Rossini così insolitamente drastica e senza pentimenti. Zedda ce ne parla in due diversi passi del libro, fra loro in parziale contraddizione. Il primo è 
a pagina 18, dove a proposito del brano dice che esso 
coglie con impressionante veridicità la tragedia del morire. Il suono, la musica, la voce si 
estinguono a poco a poco sino a raggiungere il vuoto cosmico, il nulla. Rossini stesso deve 
essere rimasto così sconvolto da questa amara confessione di agnostico pessimismo da non 
volerla più inserire in altre riprese dell’opera: contro la sua abitudine lasciò il manoscritto 
autografo nelle mani del suo ispiratore, che lo tenne nascosto al mondo intero, forse rispettando un desiderio del donatore. 
Ma più avanti, a pag. 172, fa una considerazione diversa e più penetrante, quando osserva che 
Rossini, acconsentendo all’invito del conte Lechi, 
compie un’operazione intellettualmente ineccepibile, ma con quel gesto sensato contraddice 
il senso recondito di un sogno, e ne turba il fascino morboso. […] Con l’infallibile senso del 
teatrante egli avverte però che questa immagine concreta, questa logica conclusione viene a 
scontrarsi con l’alone misterioso che scompagina l’agire dei suoi innamorati; e a posteriori la 
rifiuta per ritornare a quel Finale lieto che, proprio per l’evidente assurdità, suona come il 
rasserenante risveglio da un incubo. 
È vero, e confesso di non averci mai pensato. Il finale tragico è sicuramente più bello, ma non 
scioglie – anzi perpetua – l’angosciosa assurdità che è la cifra di quest’opera. Il finale lieto, al contrario, pur musicalmente inferiore, funziona appunto come il “rasserenante risveglio da un incubo”, 
ed è paradossalmente, in senso teatrale, molto più coerente dell’altro. Ecco, sappiate che di osservazioni illuminanti come queste il libro di cui vi sto parlando è gremito: per questo vi invito a leggerlo. 
Concludo. Prima, a proposito di Zedda, vi ho parlato di energia. Ma ce n’è una in particolare, quella 
che gli spagnoli chiamano duende, che solo alcuni possiedono, qualcosa che nessuno sa definire 
ma che tutti sanno cos’è, una energia oscura, un carisma, una profondità, un demone positivo, 
oppure – per dirla con Garcia Lorca – “un potere misterioso che tutti sentono e nessun filosofo 
spiega”. Bene, se volete saperlo, Alberto è carico di duende. Mi limito a un esempio. Alcuni anni fa 
al ROF dovevamo mettere in scena La scala di seta, quando il direttore scritturato andò in crisi e ci 
abbandonò dopo la prova generale. Non avevamo altra scelta che ricorrere ai due direttori che 
avevamo su piazza, che per fortuna conoscevano entrambi la partitura, e ai quali chiedemmo di 
salire sul podio a recite alterne. Uno di essi era Alberto Zedda. Preciso e sottolineo che nessuno dei
due direttori aveva avuto modo di provare prima con l’orchestra. Alla prova dei fatti risultò che, sul
piano della chiarezza e della precisione del gesto, sembrava che l’altro direttore dirigesse meglio, 
eppure il risultato non era lo stesso: l’orchestra suonava meglio con Alberto: aveva un’altra brillantezza, un altro slancio, perfino un diverso colore di suono. Una questione di comunicativa e di 
esperienza, certo: ma, io credo, soprattutto una questione di duende!






domenica 6 gennaio 2013

Turandot e polemiche



Che le opere e le messe in scena creino sempre parecchie polemiche o commenti o giudizi o cronache, si sa,... se poi si parla di un teatro dove le opere in cartellone si contano sulle dita di una mano come al Carlo Felice quest'anno... beh ... neanche a dirlo.
"Fatene poche ma fatele bene" sembra eccheggiare alla fine di ogni allestimento. 
La qualità è ciò che si spera di trovare nel teatro dell'opera genovese. Mi stupisco quando realizzo che i concerti organizzati dalla GOG sono preferibili a quelli proposti dalla Fondazione [ non perchè la GOG sia peggio, in qualche modo, della Fondazione ma perché quest'ultima ha sede stabile nel teatro e si serve di finanziamenti e costosi biglietti ed abbonamenti.] Bah..

Dopo un Don Giovanni poco apprezzato, benché siano stati chiamati i nomi (non per forza grandi artisti..) del momento, ecco riproposta la Turandot pucciniana.
Il pubblico affluisce entusiasta, reduce da quella della stagione precedente che era stata un vero e proprio successo! [L'anno passato dirigeva il M° Zambelli e Liù era interpretata dalla Devia.]  

A parte un'indisposizione per Armiliato, il resto sembra correre tutto liscio, anzi, quest'anno un altro grande nome è in cartellone: Turandot, Daniela Dessì, che debutta il ruolo. 

Escono per giorni articoli su giornali web e cartacei dove la Dessì esalta e viene esaltata per le meravigliose doti che, si presume, le permetteranno di rendere la principessa pucciniana in maniera meravigliosa. Lei afferma di sentirsi un'eroina verista, anzi, una donna che aderisce bene, se non perfettamente, al personaggio di Turandot. Posta in risalto la sua dote per i legati e la pasta vocale. 
Peccato al momento di dar prova di tali qualità (abbiamo assistito alla recita del 30 dic.) esse non fossero poi così presenti presenti. Voce indietro e tremolante, dal vibrato orribile e fastidioso, si salva (?) grazie a un timbro inconfondibile, una buona presenza scenica e un'eccelsa musicalità, benchè, comunque, le parole risultino incomprensibili.  


Malagnini ha una voce adatta alla parte ma non proiettata...( come avrà fatto a cantare in Arena...? ) e con legati e fraseggio da rivedere. Una voce che, a confronto a quella della Dessì, pare stia "accennando". Performance distinta quella della Canzian che, non è certamente la Devia, ma spicca nella produzione per la voce interessante, i bei legati, la dizione e la freschezza vocale e fisica. Per il resto del cast un buon livello. Ping, Pong e Pang sono buffi e simpatici.  
Orchestra a posto e bravissimo il coro che con una parte così vocalmente ardita si presenta preparato. Non delude il M° Renzetti che dirige con grande lirismo quest'opera. Alcuni lo preferiscono a Zambelli.
Le scene di Ricceri, i costumi di Bocciardo, le luci di Novelli la coreografia di Di Cicco e trucco ci sono piaciuti. L'allestimento firmato Montaldo convince ancora.

Aspettiamo con ansia di assistere al Macbeth!









lunedì 24 dicembre 2012

Il Noye's Fludde di Britten e la fine del mondo.


Palazzo Ducale - Sala del Maggior Consiglio


Serata speciale! Mi preparo, parto, prendo il solito autobus serale e dopo un bel po' di viaggio accompagnata del mio mp3, giungo finalmente alla meta prefissata per questo insolito venerdì sera di "fine del mondo": Palazzo Ducale - rappresentazione del Noye's Fludde.
De Ferrari addobbata. Entro nel cortile del Ducale, salgo gli infiniti scalini e... una folla di persone.
Sono le 20:30. Cerco di entrare, ma nulla. <<Ho un posto>> dico gentilmente alla signorina all'ingresso, ma niente.. <<solo Rotary>> mi viene risposto e intanto, come molti altri, attendo che le porte si aprano.
Di tanto in tanto posso gustare i magnifici scorci della sala, illuminatissima, una perla d'arte... .
Ad un tratto riconosco il M° Tappero e i due brillanti pianisti (Znagovan e Cernean) che escono insieme per fumare quella che presumo sia "l'ultima sigaretta". 

Finalmente posso entrare in sala!

Una miriade di persone (mi ripeto)... tutte accalcate... Dove sedersi?? Mi fanno segno i miei amici! Bene! Finalmente seduta!! [Forse non sapete quanto possano essere massacranti i tacchi alti!].

Attendo con ansia l'inizio dello spettacolo e intanto mi guardo in giro. Sala stupenda, musicisti che entrano per controllare l'accordatura dei loro strumenti, organizzatori e aiutanti impegnatissimi, bimbi saltellanti, regista e aiuti regista molto indaffarate, direttore e vicedirettore del Conservatorio che guizzano da una parte all'altra, giovani che tentano disperatamente di farsi largo nella folla per consegnare "le parti" (per altro scritte in modo errato [almeno rispetto a quanto veniva, di lì a poco, chiesto di cantare..]) alla congregation, Bonuccelli errante con aria un poco sconvolta, ... molta gente in piedi, nell'attesa di trovar posto o con la faccia rassegnata del tipo "Ok. Meno male che ho messo le scarpe comode e il "miracle play" non dura tanto...".

Cala, non troppo facilmente, il silenzio. La congregation viene preparata dal M° Macelloni, eh sì! perché dovete sapere che in quest'opera, Britten, ha previsto che cantasse anche il pubblico (congregation), siamo pronti a partire.. o salpare.
Colpisce un po' l'assenza di commenti o presentazioni da parte di qualche autorità presente [ah! a proposito, è arrivato pure il Sindaco].



Esecuzione davvero buona da parte di cantanti e orchestra, che per aver studiato la parte, i primi, (a memoria) in un mese e, i secondi, in qualche settimana con pochissime prove, sono stati davvero ammirevoli! Speciale elogio alle percussioni, al quintetto e alle trombe che si sono distinti per professionalità, bravura ed entusiasmo. L'orchestra giovanile svolge bene il suo compito. Noè ha una voce corposa, puntata e dal timbro interessante, quella della Moglie è altrettanto interessante dal punto di vista timbrico e adatta al ruolo ( anche se, talvolta, manca un poco di intenzione dal punto di vista teatrale in rapporto al testo..), comunque sia personalmente mi aspettavo una performance migliore dai cantanti professionisti (che però hanno, l'uno, la scusante del poco tempo - ha imparato la parte (in inglese antico) e la regia in due settimane - e, l'altra, una brutta laringite, a quanto so). Regia azzeccatissima e ben ragionata (ma non poteva essere diversamente) con luci perfette (e indispensabili dato che si è giocato molto su queste), costumi adatti e, quelli degli animali, davvero spiritosi e graditi, proiezioni non male, qualche trucco davvero ben fatto. Il Coro di voci bianche mi ha divertito per presentazione, entusiasmo e costumi, benché vocalmente lasciasse alquanto a desiderare a causa, molto probabilmente di una insufficiente e cattiva preparazione [e non (solo?) per disinteresse dei bambini, pare...]. Un giovane Dio dalla voce seducente e profonda che adempie bene al suo compito. Una nota di merito anche per il bel manifesto / programma di sala!




La disposizione dei musicisti non era, per l'orchestra, delle migliori, mentre per il pubblico (benché fossi un po' scettica su questa scelta registica date le prove e la sala) risultava davvero buona, anche se l'acustica è stata assolutamente pessima (malgrado gli innumerevoli sforzi di cantanti [grandi e piccini], orchestra e direttore), questo luogo a tutto dovrebbe essere adibito, tranne che a sala concerti.

Alla fine una grande soddisfazione generale! Applausi per tutti, per Tappero, Codignola e tutti coloro che hanno evitato che l'Arca affondasse miseramente.

Vi devo però riferire un malcontento da parte di pubblico ed esecutori.
In primo luogo mi viene riferito che l'organizzazione è stata pessima, il Conservatorio ha fissato una data senza aver ancora consegnato le parti, né trovato tutti gli esecutori (Noè è stato "ingaggiato" a tre settimane dalla recita), prove mal gestite e poco, pochissimo tempo. E' vero, la resa è stata comunque buonissima, ma con tanto stress; con un mesetto o qualche settimana di più si sarebbe potuto ottenere un risultato migliore, dal punto di vista scenico, vocale e musicale, con meno agitazione.
In secondo luogo sappiamo che molti genitori e spettatori non sono potuti entrare per il pienone (mi chiedo perché così tante persone del Rotary [Rotary che però ha sostenuto la produzione..] avessero i posti prenotati...). Anche alcuni parenti dei personaggi principali non hanno potuto gustarsi lo spettacolo pur essendo arrivati in orario. 

Tanta felicità per un buon prodotto riuscito a elaborare in poco tempo (grazie alle professionalità, poche, che ancora rimangono in Conservatorio), ma anche delusione, arrabbiature e nervosismi.
Un organizzazione di produzione piuttosto lacunosa, che ha portato però, con la buona volontà di tutti, a un soddisfacente risultato.



Auguri!






Giorgia

lunedì 17 dicembre 2012

Un Aldo Ciccolini sfavillante!


Davvero una piacevolissima serata quella offerta dalla GOG lunedì 17 Dicembre!

Un programma che promette davvero bene: l’attesissimo Aldo Ciccolini, mancante a Genova dal 2010, e musiche di Mozart, Clementi, Debussy e Castelnuovo-Tedesco. 


Fortunatamente per noi almeno la GOG, quest’anno, sta offrendo un programma davvero di qualità (vedi Lupu, Zuckerman, Dindo e Abbado - anche se non sono entusiata di tutti...)!

Stasera Ciccolini ha offerto una fantasia Mozartiana ricca, materica e dal sapore beethoveniano. 
E vi dirò che per tutto il concerto ho avvertito dei tempi un poco dilatati, chissà... forse a ricercare un suono speciale, forse con l’intenzione di formulare un nuovo linguaggio, o forse, come dicono i più maligni, << a causa dell'età, che purtroppo, si sa, rallenta i riflessi e rende le mani legnose....>> (bah....). Io, sarò sincera, ho gradito molto questa "dilatazione", sono stata avvolta da un meraviglioso suono per tutta la durata del concerto e ho potuto guastare al meglio sfumature timbriche e dinamiche e ho percepito una tensione che mi ha portato alla fine del concerto piacevolmente sollevata. 


Mi ha davvero colpito la vitalità, il coraggio e la capacità di concentrazione del Maestro che a 87 anni ha egregiamente portato (e non semplicemente portato!!) alla fine (con due bis!) un programma tanto impegnativo! 
Credo che in lui si potesse percepire la gioia di far musica e di trasmettere qualcosa che va al di là della perfezione sonora e tecnica (tanto agognata in questi tempi) e che alla fine di questo concerto faceva sentire a tutti (o quasi) un senso di leggerezza e gioia che da tempo mancava nella sala del gran teatro genovese. 




Sonatina di Scarlatti e Danza spagnola “Andalusa” di Granados, sono stati i due graditissimi bis. Il secondo è stato davvero una perla del punto di vista interpretativo che ha davvero incantato, forse anche grazie a un pianoforte (un Kavai facente parte del “Progetto Piano” di A. Napolitano) dal suono per così dire “violoncellato” che proponeva sfumature timbriche davvero interessanti!


Perciò mi posso dire entusiasti e ringraziando la GOG e soprattutto il Maestro Ciccolini per aver donato un po’ di respiro musicale a tutti noi in questo momento di declino della cultura e di crisi durante il quale, sulla cultura, <<vista come un inutile lusso>> diceva il pianista nel 2010, non ci si da pena di investire.


A presto!



Giorgia


(leggi l'articolo nella versione del sito o sul nostro blog ufficiale)
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